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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Gennaro Aprea (del 18/02/2013 @ 20:28:29, in L) Zero-carbonio, cliccato 502 volte)

Ovviamente questo invito è superato, però lo inserisco in questa breve nota per dirvi che il risultato della presentazione del libro a Roma, dopo quella di Milano alla  Casa della Cultura, è stato più che soddisfacente: le persone intervenute sono rimaste per quasi 2 ore e mezzo ed hanno fatto una serie di domande dalle quali si è capito il loro interesse a questo argomento che molti non conoscevano.

Con l’occasione comunico che ora il libro è in vendita sull’e-book del www.ilmiolibro.it e su i 19 più importanti e-book stores internazionali.

Se lo avete letto e vi ha soddisfatto, ditelo ai vostri amici.

 

 
Di Gennaro Aprea (del 12/12/2012 @ 20:16:00, in L) Zero-carbonio, cliccato 610 volte)
BANCA MONDIALE E CONFERENZA SUL CLIMA DI DOHA

 
Tutti conoscono la Banca Mondiale con sede nella capitale degli Stati Uniti, Washington. È un gruppo di 5 istituzioni che ha lo scopo principale di aiutare i paesi in difficoltà; è quindi una grande istituzione internazionale alla quale tutti i governi del mondo danno molta importanza e considerano un indiscusso punto di riferimento per l’economia e la finanza.
 
Doha è forse una città meno conosciuta pur essendo la capitale del Qatar cioè di uno degli Emirati Arabi Uniti, produttori di petrolio, che si affacciano sul Golfo Persico (o Arabo, come vogliono che si dica proprio i loro cittadini). Doha ha assunto negli ultimi giorni, anche lei, un’importanza rilevante perché vi si è tenuta la 18° Conferenza mondiale sul clima terminata l’8 dicembre dopo due settimane di discussioni fra i 194 paesi intervenuti. Lo scopo di questa conferenza era di rinnovare il famoso Protocollo di Kyoto che prevedeva la riduzione delle emissioni di gas serra in tutti i continenti al termine del 2012. Il risultato purtroppo è stato negativo perché queste emissioni non sono diminuite ma aumentate invece mediamente del 50% rispetto a quelle misurate nel 1990, come nel programma concordato!
Ne ho parlato sufficientemente nel mio libro scritto a 4 mani con una amica di vecchia data il cui titolo è : “Possiamo salvare l’ambiente e la nostra vita?” che ho già menzionato su questo stesso blog.
 
Fatte queste necessarie premesse, lo scopo di questo articolo, per un convinto ambientalista come me, è di sottolineare purtroppo ed una volta di più quanto i governi della maggior parte dei paesi del mondo se ne “strafreghino” delle conseguenze del deterioramento del clima che sta sempre più nuocendo alla salute del nostro piccolo mondo e tutto ciò che comprende, gli umani, la fauna, la flora, le acque, ecc.
Ma la cosa peggiore è che il loro comportamento è tale da sottovalutare la situazione ed il suo andamento negativo, perché sono pesantemente “influenzati” (in alcuni casi anche “finanziati”) dalle lobby e dai relativi interessi delle grandi imprese dell’energia le quali posseggono una potenza inimmaginabile al fine di far ritardare il cambiamento necessario nei comportamenti di tutti.
Ed i media gli danno man forte; è vero che hanno parlato del Rapporto della Banca Mondiale e della Conferenza di Doha, ma sia in TV che in radio che sulla stampa di vario genere (con eccezioni sul grande web) le notizie non erano in “prima pagina” e su molte colonne in caratteri cubitali come sarebbe stato necessario; né le notizie sono state commentate sufficientemente per più giorni come sarebbe stato obbligatorio data l’importanza. Invece, facciamo l’esempio dell’Italia, ogni giorno si è abbondantemente parlato di Monti, di Berlusconi, dell’IMU, dell’ILVA, delle previsioni pessime dei vari Uffici studi di vari enti che esibiscono i loro interessi, ecc. Naturalmente tutte cose importanti, che ci toccano direttamente, ma non importanti quanto lo sia la situazione del clima che è un “affare di lungo periodo”.......cosa per niente vera!
E cercherò di dire il mio punto vista che è condiviso da i cosiddetti “addetti ai lavori”, cominciando dalla Banca Mondiale.
In breve ecco cosa ha detto questa grande istituzione nel rapporto pubblicato il 17 novembre e intitolato ”Climate Change Report Warns of Dramatically Warmer World This Century” (Il rapporto sul cambiamento climatico mette in guardia sul drammatico riscaldamento del mondo in questo secolo). In generale che, se continuiamo a provocare il riscaldamento del globo terraqueo continuando ad utilizzare le fonti di energia che provocano effetto serra, alla fine del XXI secolo si rischia di far aumentare le temperature medie di 4°C tenendo presente che dall’inizio della rivoluzione industriale (inizi del 1800) ad oggi la temperatura media è aumentata solo di 0,8°C....(non so se vi rendete conto); quindi dice ancora il rapporto, è assolutamente necessario limitare l’aumento a “meno” di 2°C.
In particolare il rapporto elenca i seguenti pericoli:
-          l’aumento del livello dei mari in conseguenza dell’aumento delle temperature coprirebbe molte terre emerse abitate in tutto il mondo; la grande parte dello scioglimento dei ghiacciai in 225 anni è avvenuto negli ultimi 10 anni; occorre tener conto che la popolazione mondiale è prevista raggiungere i 9 miliardi di abitanti nel 2050
-          acidificazione dei mari: se l’aumento delle temperature si attesta a + 1,2°C nel 2030, a causa dell’aumento della concentrazione dell’anidride carbonica nell’acqua, scioglierà le barriere coralline con un impatto pesante sul cibo, sui redditi, sul turismo e sulla protezione delle coste
-          onde di calore: quando le temperature aumenteranno di circa 4°C vi saranno delle onde di calore estreme che non saranno equamente distribuite nelle varie terre emerse e mari con punte inimmaginabili (fino a 50°C)
-          minori terre adatte all’agricoltura perché molti cereali non possono essere coltivati ad di sopra di certe temperature, nonostante il fabbisogno maggiore di cibo per l’incremento della popolazione
-          rischi di perdita di supporti alla vita: l’aumento delle temperature diminuirà la disponibilità di acqua particolarmente in Africa settentrionale e orientale, nel vicino e medio Oriente, in Asia meridionale, nei bacini del Gange e del Nilo. In Amazzonia la combustione delle foreste provocherà distruzione dell’Habitat e delle specie
-          in conclusone il rapporto afferma perentoriamente che l’aumento delle temperature non deve avvenire e che esse invece devono diminuire.
Fin qui la Banca Mondiale.
 
Vediamo invece cosa è successo a Doha, dopo pochi giorni dalla pubblicazione del rapporto della banca. In breve, dopo due settimane di discussioni, solamente alcuni stati dell’Unione Europea, Germania, Francia, Gran Bretagna, Svezia, Danimarca e Olanda (esclusi dunque la Polonia e tutti gli altri), più la Norvegia, l’Australia e la Svizzera, hanno aderito all’accordo previsto per il prolungamento del Protocollo di Kyoto al 2020 con finanziamenti adeguati. Gli stati più importanti per l’impatto che ha il loro sviluppo con il consumo delle energie che provocano i gas serra, hanno rinviato la loro decisione al 2015 che dovrebbe prevedere un nuovo accordo che andrebbe in vigore con impegno globale di tutti gli stati a partire dal 2020. Si tratta degli USA, Cina, India, Brasile, Russia (questi 5 insieme fanno 3,1 miliardi di abitanti), ecc. i quali hanno deciso tutti di continuare ad utilizzare il petrolio, l gas, il carbone, questo seppur in misura decrescente. Gli USA, Cina, India, Brasile, Russia aumenteranno la produzione nel proprio sottosuolo fino a divenire indipendenti dalle riserve dei produttori medio-orientali che sono stati finora i maggiori produttori ed esportatori. Questi ultimi hanno capito la situazione ed hanno iniziato a utilizzare le fonti di energia rinnovabili nei loro stessi paesi, anche perché in alcuni di essi le riserve stanno diminuendo. Anche la Cina ha deciso di seguire la stessa strada ma con delle remore di varia natura.
 
Insomma l’appello della Banca mondiale non fatto alcuna presa sui governi che non hanno ancora capito - o non vogliono capire - l’urgenza del necessario cambiamento. E chi ci va di mezzo siamo noi, i cittadini che sono la gente comune. La soluzione è quindi che, una volta che ci si è resi necessariamente conto di questa situazione, siamo ancora noi che dobbiamo imporre ai governi (attraverso le elezioni di persone che mettono fra le prime priorità i problemi del clima e la cacciata di quelle che non lo fanno) il cambiamento della politica in tal senso.
È ciò che la mia coautrice ed io abbiamo cercato di dire alla gente comune con il nostro libro. E non ci scusiamo se lo ripetiamo, perché vogliamo bene all’umanità e alla natura.
E speriamo che il Rapporto della Banca Mondiale abbia più efficacia di quanto stanno ripetendo da anni gli inascoltati ambientalisti nel mondo intero.
 
Di Gennaro Aprea (del 28/11/2012 @ 18:36:00, in L) Zero-carbonio, cliccato 756 volte)
SOSTENIBILITA’ AMBIENTALE DEI PRODOTTI :
DALLE PAROLE AI FATTI

 
Questo è il titolo accattivante di un convegno organizzato dalla Camera di Commercio di Milano – Dipartimento Ambiente e Territorio che si è svolto il 15 novembre scorso. Non era la prima volta che assistevo a un evento in cui si discuteva di questo importante argomento che sta giustamente prendendo piede nel settore produttivo; il precedente evento era stato organizzato da Legambiente in collaborazione con l’Università Bocconi e la partecipazione del Ministro dell’Ambiente Corrado Clini: in quel caso il titolo è stato: “L’impronta ambientale dei prodotti”. Gli anglosassoni lo chiamano “green marketing”
 
Ma di cosa si parla? Innanzi tutto è bene precisare che l’impronta ambientale dei prodotti è l’analisi di tutto ciò che le imprese utilizzano per la fabbricazione di essi, cioè i fattori della produzione necessari per produrre un qualsiasi bene, cioè fonti di energia nel senso più ampio del termine, acqua, suolo occupato dove il bene viene fabbricato, ecc.; e non solo ciò che viene impiegato nella produzione del bene stesso, ma anche nei più (o meno) necessari imballaggi.
L’impronta ambientale deve essere quindi stabilita esaminando l’intero processo produttivo per far sì che questo processo sia ottimizzato nel tempo minimizzando l’impiego dei vari fattori della produzione.
Le imprese che adottano questo sistema possono quindi migliorare l’impronta ambientale dei loro prodotti diminuendo l’uso delle fonti di energia, ecc.
Il risultato positivo aggiuntivo è che i loro costi possono diminuire in favore della redditività dell’impresa in un processo pluriennale di ottimizzazione della produzione, che può anche incidere sul prezzo dei vendita per migliorarne la competitività.
Contemporaneamente le imprese possono comunicare al mercato, cioè ai consumatori l’adozione di questo processo virtuoso cioè il valore della sostenibilità del bene (così come è stato già fatto nel campo dell’etichettatura, in quello degli ingredienti per i prodotti alimentari, ecc.) con il risultato di ottenere la preferenza dei clienti rispetto alla concorrenza che non adotta questo metodo. Da qui la definizione di “green marketing”.
Il convegno della CCIAA di Milano era quindi rivolto alle imprese (dichiaratamente le Piccole e Medie – PMI) per illustrare quanto la comunità nazionale ed internazionale ha fatto finora e sta ancora perfezionando per stabilire le regole della sostenibilità dei prodotti. In particolare sono stati affrontati i seguenti argomenti:
-          Environmental Product Declarement (EPD) cioè la “dichiarazione ambientale di prodotto” ovvero le regole per raggiungere la certificazione ambientale del prodotto
-          La quantità di combustibili e carburanti (per il trasporto) necessari alla produzione  e al trasporto delle materie prime fino al prodotto finito e la sua immissione sul mercato
-          Carbon footprint cioè l’impronta dei gas serra (CO2 ed affini)sul prodotto ed i relativi tagli che dovranno essere fra il 25 ed il 40% entro il 2020, e almeno l’80% entro il 2050, tutti derivanti dalla combustione dei carburanti e combustibili
-          Water footprint, cioè l’impronta idrica ovvero la quantità d’acqua usata per produrre qualsiasi cosa, dal prodotti alimentari provenienti dall’agricoltura e dall’allevamento, carta, abbigliamento, ecc. per l’intera filiera dal produttore al consumatore (acqua per cucinare)
-          In definitiva l’Environmental footprint, cioè l’impronta ambientale in generale.
Si è parlato naturalmente dei criteri già definiti o invia di definizione necessari alla certificazione e qualificazione di questa Impronta ambientale dei prodotti che servirà alle imprese per essere classificate ammesse a dichiarare la sostenibilità dei loro prodotti.
I relatori, tutti espertissimi, sono stati 11 ed hanno esposto le loro conoscenze in materia dalle 9,30 (più il quarto d’ora accademico) alle 13,10, che poi sono diventate le 14, con un leggero “light lunch “ al termine del convegno.
 
Dunque tutto bene? Certamente, salvo:
-          la sala del convegno era piena al 60% circa (all’inizio) e alla fine era rimasto solo il 50% scarso; fra i quali vi era una minoranza di imprenditori
-          perché? evidentemente la CCIAA non era riuscita a convincerli a partecipare ....ma si sa: in questo periodo di crisi difficilmente trovano il tempo di informarsi e di acculturarsi, dimostrando così la loro limitatezza professionale
-          gli ottimi relatori parlavano da addetti ai lavori per gli addetti ai lavori; molto spesso a velocità impressionante e sfoderando una serie di sigle e numeri con tabelle illeggibili e spesso in inglese, così che i rappresentanti degli imprenditori presenti certamente non erano in grado  di seguire agevolmente il filo dei discorsi.
-          non so quanti giornalisti fossero stati invitati e presenti; certamente non credo che anche loro siano stati in grado di seguire facilmente il contenuto delle esposizioni per essere in grado di riferire agli interessati; i quali non sono solo gli imprenditori, ma anche i consumatori.
-          infatti non mi risulta che in platea vi fossero dei “cittadini-consumatori” i quali in definitiva – ripeto - sono i destinatari finali di questo argomento così come è già in parte avvenuto per quanto riguarda l’etichettatura dei prodotti che essi acquistano.
-          In definitiva quegli imprenditori che sono rimasti hanno capito che per ottenere la certificazione (che deve essere ripetuta negli anni per dimostrare il continuo miglioramento dell’impronta ecologica dei loro prodotti), sarà necessario rivolgersi “agli addetti ai lavori” che daranno consulenza, altrimenti si perderanno nei meandri delle centinaia di sigle contenute nei regolamenti nazionali, europei e internazionali, cioè ISO, EN, UNI, seguiti da altrettanti codici numerici di 5 cifre, ed anche SGE (Sistema di Gestione dell’Energia), PCF (Product Environmental Footprint), SGA (Sistema di Gestione Ambientale), LCA (Life Cycle Assessment)....e vi faccio grazia di interrompere la lista.
In conclusione il convegno si sarebbe dovuto svolgere per l’intera giornata perché tutti i relatori-consulenti correvano e cambiavano le “slides” senza dare il tempo necessario a leggerle mentre parlavano a velocità da Formula 1. Spesso anch’io ho fatto fatica a seguirli.
Cose importanti come queste hanno bisogno di essere comunicate al grande pubblico con parole facili e comprensibili ai più; ho controllato per un paio di giorni successivi su un paio di quotidiani e sui telegiornali: silenzio assoluto.
W le “torri d’avorio !
In definitiva la CCIAA ha offerto un servizio positivo che però non ha colto nel segno come avrebbe potuto.
Si dovrà ancora parlare molto dell’impronta ambientale dei prodotti perché l’adozione di questa strategia di marketing nell’interesse di tutti, imprenditori e consumatori, potrà fare solo del bene alle imprese che la adotteranno perché costringeranno la concorrenza dei molti produttori senza scrupoli i quali si disinteressano di sostenibilità ad adattarsi con un normale aumento dei costi e quindi dei prezzi ora competitivi da loro praticati. Se questi ultimi non lo faranno saranno battuti perché i consumatori sempre più informati non acquisteranno i loro prodotti che inevitabilmente resteranno nei loro depositi.
 
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