\\ Home Page : Articolo : Stampa
Finanziamenti alle imprese
Di Gennaro Aprea (del 24/10/2006 @ 16:27:33, in A) Aziende, innovazione, produttivitą, costi, ecc., cliccato 853 volte)
Finanziamenti alle imprese
 
In questi giorni si parla molto di ciò che il Governo ha formulato nella proposta di Legge Finanziaria per aiutare le imprese a diminuire il costo del lavoro al fine di renderle più competitive (mi pare che si tratta di una “donazione” di 6,5 miliardi).
Vorrei quindi fare una breve riflessione, che non può essere esaustiva in un sito come questo, della situazione italiana. La faccio perché ritengo di possedere una certa esperienza derivante da 28 anni di professione quale Consulente di Direzione e Organizzazione preceduti da 21 anni di attività come quadro, dirigente e alto dirigente in 8 aziende piccole, medie e grandi, in Italia e in 6 paesi esteri.  
Ovviamente sono d’accordo che la voce costo del lavoro nel costo totale di produzione di un bene o di un servizio abbia un peso che spesso non permette all’impresa di essere competitiva sia in Italia nei confronti di imprese estere che vendono i loro prodotti qui, che per vendere i nostri prodotti in paesi esteri. Le imprese italiane hanno sempre elevato alti lamenti per questo costo che le strozza.
1)     Vorrei iniziare dicendo che, grazie allo sviluppo tecnologico, in alcuni importanti settori, e non solo nelle grandi aziende, il costo del lavoro è divenuto una percentuale infima rispetto a tutti gli altri che concorrono alla formazione del costo del prodotto, quindi incide in maniera spesso trascurabile
2)     La competitività delle aziende italiane ha avuto per decenni le sue basi soprattutto sulla continua svalutazione della Lira, cosa che non è successo nella struttura produttiva di altri paesi europei e degli USA. Quando l’Italia è entrata nell’EURO, le aziende italiane si sono trovate spiazzate – da qui gli alti lamenti contro la nuova moneta - perché si erano sedute e non avevano operato nel tempo le necessarie strategie che invece ha reso competitivi gli altri produttori europei e americani.
3)     Ci sarà pure una ragione che giustifica il fatto che nel 2004 la Germania è stato il primo paese a livello mondiale per le esportazioni, più della stessa Cina (non conosco ancora i dati del 2005)! Ci sarà pure una ragione che giustifica il fatto che la produttività della Germania è aumentata del 10% dal 2000 al 2005, e che quella della Francia è aumentata del 12%, mentre in Italia la produttività è diminuita nello stesso periodo dell’1%! Questa situazione ha fatto sì che il PIL della Germania nel 2006 aumenterà probabilmente ben oltre il 2% (ed anche la sua disoccupazione diminuirà notevolmente) mentre quello dell’Italia raggiungerà forse l’1,7%, che resta comunque il più basso di tutta l’area europea.
4)     Durante gli anni in cui ho prestato la mia consulenza alle imprese ho toccato con mano – e continuo a notare ancora nei contatti di privato cittadino-cliente di aziende italiane grandi e piccole – la disorganizzazione che crea alti costi, la mancanza di comunicazione interna dall’ alto verso il basso e viceversa e orizzontalmente fra gli stessi livelli che crea disorganizzazione e quindi ancora alti costi. E dire che basterebbe poco a eliminare queste grosse deficienze e inefficienze. In qualche successivo articolo mi divertirò a farvi divertire raccontandovi cose strabilianti che succedono nelle aziende.
5)     Ma non basta: non solo gli imprenditori italiani si sono seduti, si sono anche addormentati o non hanno fatto più lavorare il cervello. Hanno dimenticato che il segreto del successo è l’innovazione, produttiva e tecnologica (ho spiegato nel mio primo libro “Prodotto innovativo o innovazione tecnologica?” la differenza). In altre parole non hanno ripensato il futuro. La maggioranza degli imprenditori oggi deve ancora digerire il fatto che l’azienda è in continuo divenire ed il cambiamento è rapidissimo, inarrestabile e continuo.
6)     Hanno sottovalutato o dimenticato la necessità di formazione della forza lavoro (colletti blu, bianchi e dirigenti) per aggiornarla al cambiamento dei tempi. Qualche anno fa mi sono occupato di offrire (e fare) formazione finanziata al 100% dalla Regione. Una mia collaboratrice telefonava ai responsabili d’azienda per fissare appuntamenti per me ed i miei colleghi nei quali spiegavamo i vantaggi. Nel 90% dei casi non ascoltavano o le segretarie non passavano il responsabile; poi nel caso di incontro, la reazione era a sua volta negativa al 90%! Ci chiedevamo se fossero tutti imbecilli, poi abbiamo deciso che si trattava di incompetenza della classe direttiva e padronale.
 
Ho parlato male delle aziende italiane, è vero, perché nel 2006 la maggioranza di esse è tuttora su queste posizioni di lamento continuo nei confronti dello Stato. Ovviamente esiste purtroppo solo una piccola minoranza illuminata che non fa’ parte di questa zona grigia dell’imprenditoria italiana. Sono loro che fanno aumentare il PIL italiano, ma sono troppo poche.
Ma sono solamente le imprese? Non dimentichiamoci che l’azienda Italia è in peggiori condizioni delle imprese. L’organizzazione dell’amministrazione statale, centrale e locale. compreso la sanità , la scuola, i servizi, ecc. ha gli stessi difetti che ho appena descritto aggravati da molti altri fattori che è troppo arduo elencare e che formano la famosa inefficiente e costosa burocrazia italiana.
 
“Last but not least” (ultima cosa, ma non trascurabile) è la strategia globale delle imprese riguardo ai paesi emergenti (la Cina, l’India ed altri paesi asiatici, per non parlare del Brasile, già ormai non si possono più considerare emergenti) che fanno concorrenza all’Italia. Questo problema non è solo delle imprese singole, ma delle Associazioni di categoria, dei Sindacati e dei Governi. Non si può pensare di resistere alla concorrenza a meno che non si riesca a creare – innovando continuamente – prodotti che sono appetibili nel mondo, anche se di alto prezzo. Alcuni eccellenti industriali italiani lo hanno fatto e sono esempi da imitare.
Per il resto non c’è altro da fare che chiudere e cambiare, cioè fare cose che i concorrenti stranieri non hanno in assoluto la possibilità di fare o di copiare anche se la loro mano d’opera costa un decimo di quella italiana.
Ma questo argomento sarà oggetto di un altro articolo, perché ciò che avete letto finora è già troppo.