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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Gennaro Aprea (del 02/07/2007 @ 11:49:06, in A) Aziende, innovazione, produttività, costi, ecc., cliccato 852 volte)
QUESTO BENEDETTO SCALONE.....E GLI "OVER 50"
                                      
 
 
Si fa’ un gran parlare del problema dell’età di pensionamento, dell’allungamento della vita lavorativa, del fatto che le finanze dello Stato non permettono di dare ai pensionati la retribuzione per molti anni (25-30 rispetto ai 10-15 di venti anni fa). Tutti i giorni – o quasi – lo vediamo/sentiamo in televisione, alla radio, sulla stampa quotidiana e periodica. E siccome la maggioranza non si mette d’accordo le decisioni definitive sono continuamente rinviate. Sicuramente si arriverà al solito compromesso che non soddisferà nessuno e scontenterà tutti.
Ma vediamo un po’ come è la situazione alla luce della legge attuale che riguarda il passaggio dalla pensione in modalità retributiva (una percentuale della media delle retribuzioni degli ultimi 10 anni – prima era degli ultimi 5) a quella contributiva che prevede la pensione calcolata su quanto i lavoratori/datori di lavoro hanno versato all’INPS durante il periodo lavorativo.
La legge dice che, a partire dal 1996, tutti quei lavoratori che non avevano ancora lavorato (e versato contributi pensionistici) per 19 anni o meno, alla fine del periodo lavorativo otterranno la pensione sulla base dei contributi versati. Ciò significa che la loro pensione sarà nettamente inferiore a quella percepita su base retributiva.
La conferma di questo disagio è che, per migliorare parzialmente questa diminuzione di retribuzione pensionistica, è stato creato il cosiddetto “Secondo Pilastro”, cioè il versamento del TFR, ovvero della cosiddetta liquidazione, in fondi che arrotonderanno la pensione INPS. Ma basteranno i due pilastri ai giovani che hanno iniziato a lavorare prima e dopo il 1996 per avere una pensione decente? Quelli che guadagnano molto potranno usufruire del Terzo Pilastro, cioè di un’assicurazione pensionistica aggiuntiva che costa notevolmente, ma saranno in pochi a poterlo fare.
Per spiegarmi meglio facciamo un esempio ipotetico ma pratico:
-         lavoratore nato nel 1961
-         inizio lavoro 1981 con retribuzione iniziale mensile lorda Lire 1.000.000 pari a € 516, cioè € 7.224 annuali
-         contribuzione pensionistica iniziale lavoratore/datore di lavoro 39% pari a € 2.817 annuale
-         al 1996 ha 15 anni di contributi dunque la sua pensione gli sarà data su base contributiva
-         supponendo che l’età pensionistica resti a 57 anni, la pensione di anzianità sarà raggiunta nel 2018
-         la sua retribuzione è nel frattempo aumentata (ha fatto carriera e guadagna oggi €35.000 e che nel 2018 sarà ancora migliorata fino a € 43.000
-         possiamo supporre che la media delle contribuzioni sia, nell’arco del periodo lavorativo sulla base di una retribuzione media di € 25.000, di € 9,750, cioè il 39%. A questa cifra occorre aggiungere gli interessi maturati pari a circa 6.500 €, che dà un totale di € 16.250
Non so se la sua pensione. INPS sarà pari alla contribuzione o una percentuale di essa, Se lo fosse al 100%, come si troverebbe il lavoratore che va in pensione e che ha un tenore di vita rapportato a € 43.000 annui, con questa reddito di € 16.250? (non ci dimentichiamo che a una certa età cominciano i piccoli-medi problemi di salute).
Il suo interesse sarà dunque quello di continuare a lavorare e versare i contributi più alti in modo da aumentare la media sulla base idi una retribuzione che forse potrà ancora aumentare rispetto a quella dei suoi 57 anni. Vi sarà il “secondo pilastro” che lo aiuterà ma potrà essere un ben piccolo aiuto.
Allora che succederà? che tutti i lavoratori tenderanno a rimandare spontaneamente l’età della pensione al più tardi possibile (anche perché a 57 anni si sentono - e si sentiranno - ancora nel pieno delle forze).
E allora non ci sarà posto per i giovani?
Sulla base di uno studio pilota su un campione significativo di grandi imprese realizzato da un Gruppo di Lavoro dell’Associazione Italiana del Change Management (www.assochange.it) di cui ho fatto parte, è emerso chiaramente che anche le aziende le quali finora hanno teso a disfarsi degli “over 50”, stanno cambiando strategia per una serie di ragioni fra le quali le più significative sono:
-         l’interesse a mantenere collaboratori esperti; e molti degli anziani lo sono
-         i giovani che si affacciano al lavoro sono pochi perché i genitori non gli hanno dato molti fratelli e sorelle
-         sono pochi quelli che hanno la cultura necessaria per lavorare in questo mercato globalizzato ove la tecnologia fa’ passi da gigante di giorno in giorno
-         per non parlare di quelli, sempre più numerosi, che si affacciano sul mercato del lavoro ad un’età sempre crescente. 
Rimarrà per lungo tempo, ma speriamo che divenga più breve, il problema della concorrenza fra giovani con poca cultura e gli extracomunitari che gli fanno concorrenza.
 
Conclusione di questa mia breve riflessione è che i problemi che riguardano l’aumento dell’età pensionabile diverranno via via meno impellenti. Ma si sa: numerosi nostri politici devono dimostrare ora ai lavoratori vicini alla pensione che fanno i loro interessi senza pensare molto ai giovani e soprattutto alla situazione generale del Paese!
Io ritengo che alla luce di questi sviluppi, dovrebbero riconoscere che l’aumento dell’età pensionabile sia una necessità inderogabile fin da subito, naturalmente con eccezioni ragionevoli (es. lavori defatiganti, ecc.).
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Di Gennaro Aprea (del 21/06/2007 @ 16:12:21, in D) Guerre, cliccato 839 volte)
LE GUERRE: PENSIAMO UN PO’ DI PIU’ A COME SI POSSONO EVITARE E PERCHE’
 
E’ più di un mese che non scrivo una parola sul sito: in parte è dovuto al fatto che sono stato disconnesso da Internet per una diecina di giorni ed in parte ad altri numerosi impegni. L’articolo che segue era stato scritto p rima dell’interruzione della connessione ad Internet.
 
In una delle ultime puntate di “Chetempochefà” della stagione autunno-inverno 2006-07, la trasmissione di Fabio Fazio del sabato e domenica sera, vi è stato un ospite molto importante: l’autore di un libro autobiografico che ha passato la sua infanzia e la prima giovinezza a fare la guerra, sparando con il kalashnikov e uccidendo a sangue freddo persone di tutte le età. Era stato l’unico superstite di una famiglia distrutta dai guerriglieri della Sierra Leone, mandato a scuola di guerra nella quale gli avevano insegnato ogni sorta di efferatezze.
Poi aveva capito ed era riuscito a fuggire. Dopo varie peripezie ha raggiunto gli Stati Uniti dove vive attualmente.
La guerra civile in Sierra Leone è finita da un pezzo ma le nefandezze che si sono svolte in quel paese sono dovute al traffico di diamanti e di armi (come oggi nel Darfur del Sudan al petrolio e alle armi), armi e munizioni che devono essere consumate…..
Ishmael Beah, questo è il nome dell’ospite che ha scritto il libro che si intitola “Memorie di un soldato bambino”, è oggi una persona normale.
Credo che farebbe bene a tutti leggerlo e meditare. Poi fare qualcosa affinché il traffico di armi cominci a diminuire, un po’ come si parla ora della iniziativa per realizzare la moratoria della pena di morte in ambito Nazioni Unite.
Vi sarà qualcuno che ha un po’ di potere che prenda un’iniziativa del genere? Che so? Creare un movimento popolare che porti delle istanze a livello politico in Europa e nel mondo? Il Web, cioè la RETE, può fare molto.
Attendo reazioni dai più volenterosi.
 
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Di Gennaro Aprea (del 16/05/2007 @ 15:21:00, in C) Commenti e varie, cliccato 1017 volte)
UN SALUTO DAL SUDAN
 
 Fonte: Archivio RAI
 
Ciò che leggerete è stato scritto da un socio de “Il Fontanile”, l’Associazione Culturale di Rodano che fa' cose egregie e che ha iniziato ad attirare partecipanti di altri Comuni, compreso Milano, alle iniziative di tutti i generi le quali hanno un crescente successo.
L’autore e un Architetto, Luca Bonifacio, che ho conosciuto quando era un bambino nel lontano 1969. Recentemente è andato in Sudan per lavoro ed ha mandato un saluto a tutti i soci del Fontanile. In questo breve articolo Luca fa’ una breve e bellissima riflessione sulle impressioni che ha avuto appena arrivato nel sud del paese. Io, che ho vissuto e lavorato in Africa in gioventù, l’ho apprezzata particolarmente.
Luca mi ha dato il permesso di inserirla in questo sito.
 
 
“Bor, 10 maggio 2007
 
Sudan. Un nome che lascia la bocca secca.
Secco è il paese come è secco lo sguardo di chi ci cammina sperduto. Il Sudan è un malato appena uscito dal coma e, come un corpo uscito dal coma, si trascina appena, lancia sguardi confusi qua e là e cerca di reinventarsi un’identità che un enorme trauma ha disfatto, cancellato.
Siamo a Bor, una città che il Nilo ha lasciato lungo il suo corso quasi per caso.
Una strada principale, un mercato, una chiesa, una moschea….
Questo grumo di umanità disorientata sta lì con il suo trauma ancora vivo negli occhi.
I bambini vanno da un posto indefinito ad un altro altrettanto indefinito. A volte sono accompagnati da adulti alti come giganti.
A volte i giganti vanno in giro da soli. Anche loro non sanno dove vanno, ma vanno.
Sopra di loro il cielo è gigante pure lui e l’aria carica di fotoni equatoriali è ricamata dal rito micidiale di falchi immensi. Se sulla strada principale si gira a un certo punto a destra, prima del mercato e dopo i tendoni delle Nazioni Unite si arriva in un posto dove, si dice, dei bianchi con magliette tutte uguali curano chi arriva.
Quei bianchi siamo noi.
All’inizio, mi dicevano i colleghi, la gente diffidava. Diceva che là dentro si faceva magia. E un po’ avevano ragione. Del resto solo con la magia si riesce a mandare avanti un ospedale in un posto come questo.
Sono qui da due settimane e sembra che il tempo si sia dimenticato delle sue regole. Il mio mandato è semplice: devo curare il posto che cura.
L’ospedale di Bor è un complesso edificato che, come chi ospita tutti i giorni, appare come un paziente terminale che si tiene su per grazie concessa. Crepe putride, colonne zoppicanti e muri sventrati.
E’ vero, è stato un terremoto a lasciarlo così, ma non potrebbe essere diversamente questo posto. Nel suo tormento sembra che partecipi al calvario quotidiano che questa umanità marziana recita tutti i giorni tra queste mura.
Come in un dramma omerico, sagome con tuniche stracciate si agitano nella penombra.
Sono accasciati, sono appoggiati, sono coperti di mosche, sono intubati. Sono fasciati. Sono sfasciati e portano qualcun altro che si è sfasciato più di loro.
All’improvviso in un angolo inaspettato appare un coro di donne. E’ il mistero di questa genesi umana che ripete la sua profezia assoluta. Un’altra anima è saltata. L’Africa muore.
Questo ce lo diciamo tutti i giorni. Ma qui questo concetto si fa’ reale e tangibile perché chi muore ha una faccia. Una faccia che ieri c’era e oggi non c’è più.
Allora le donne piangono e con loro piangono i muri, le pozze d’acqua, i manghi, le lamiere e i bambini che non sanno perché piangono, ma piangono.
A questo spettacolo assistiamo anche noi. Si, ci siamo. Siamo in molti quindi possiamo ricordare gli uni agli altri che ci siamo veramente. In un modo o nell’altro.
Siamo astronauti alla scoperta di un pianeta perduto, circensi dell’ultima ora che montano giostre, costosissime, giocolieri e trapezisti che saltano nel vuoto cercando di afferrare corpi avvolti in acrobazie impossibili. O almeno così sembra. Ma la quotidianità, come succede spesso nella vita, non appare sempre così lirica e si finisce solo per incazzarsi con la poca reattività locale, il cibo, le mosche e il caldo. Ma questa è la vita. No?
Che vita! una vita africana.
Africano è il tempo. Africana è la rassegnazione.
Africano è il mal di pancia che ti morde.
Africano è il limite a cui tutto converge all’improvviso.
Un insetto diventa una tormenta di cavallette, una febbre diventa un’epidemia incontrollabile, una nube un nubifragio che si porta via tutto, un malinteso diventa una guerra che lacera una regione grande come mezza Europa, per vent’anni.
Questa è l’Africa. Il tutto e il nulla insieme.”
 
 
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