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Di Gennaro Aprea (del 02/07/2016 @ 19:19:52, in F) Questa è l'Italia, cliccato 594 volte)
LA SANITA' IN LOMBARDIA....COSE DA PAZZI
C'è un comune sentire in tutta Italia che la Sanità lombarda sia la migliore; che molti italiani, specialmente del Sud, vengano in questa Regione per avere un'assistenza migliore.
Io vivo in Lombardia da numerosi decenni, salvo alcune interruzioni di vita e lavoro all'estero che mi hanno permesso di apprezzarne le differenze. Con l'andar del tempo e l'avanzare dell'età ho dovuto utilizzare il SSN con maggiore frequenza, soprattutto per controlli periodici e qualche acciacco anche importante.
20 anni fa, quando si prenotava una visita specialistica, si attendeva non più di 20 giorni, mai più di 1 mese, contro 1 o 2 giorni per le visite private. Gradualmente le attese si sono allungate in maniera inverosimile. Oggi è spesso normale attendere oltre 6 mesi. Ritengo che ciò dipenda dalla politica regionale che ha favorito la sanità privata togliendo i finanziamenti (medici e denaro) a quella pubblica. Talché numerose persone pagano le visite ai prezzi di una visita privata per poter essere curati in tempi ragionevoli. Queste persone sono la grande minoranza perché la maggior parte degli italiani non hanno il denaro necessario e rinuncia con grossi pericoli per la salute. Non basta: con il passare degli anni il costo dei "ticket" è aumentato considerevolmente così che molti pazienti potenziali abbandonano e non diventeranno più pazienti reali. Tutti sanno che "più o meno" i poveri non si possono più curare.
Per non parlare della corruzione diffusa in molte strutture della Regione. E della magnifica idea del Presidente della Regione che, per risolvere la situazione, crea un'agenzia anticorruzione della Regione: il corrotto che viene indagato da se stesso....
Di solito evito di parlare di me, ma questa volta non ho potuto perdere l'occasione di parlare di questa Sanità lombarda perché, nella tristezza di quanto ho descritto finora, ho trovato un'occasione talmente assurda che per evitare di piangerci sopra e rovinarsi il fegato, ho scoperto il lato umoristico e divertente. Sono certo potrete farvi una risata dopo aver letto la "Cronaca di un paziente" totalmente incredibile . Preparatevi a leggere una cronaca lunga quasi un anno, finora.
Devo premettere che il paziente, quando era molto giovane, passava tutta l'estate al mare diventando nero come un "tizzo". Allora non vi erano creme per la protezione dai raggi solari né si stava sotto l'ombrellone: ci si prendeva un paio di belle scottate all'inizio, ci spalmavamo un po' d'olio di noce per alleviare il dolore, si perdeva un po' di pelle e via così. Il risultato è che il paziente di questa cronaca è pieno di nei dappertutto e ha preso l'abitudine di farsi controllare ogni anno da un dermatologo prima dell'estate. All'inizio ci si prenotava con un'attesa di 15-20 giorni; ora l'attesa è di più mesi, come ho appena descritto in precedenza.
Febbraio 2015- il paziente chiama per la prenotazione l'Ospedale Maggiore Policlinico                 come ha sempre fatto in passato. Risposta: non prima di metà settembre (nel 2014 era stata luglio). Decide quindi di provare un altro ospedale: questa volta è il "Niguarda - Ca' granda"; ci va personalmente; la risposta è: 31 luglio. Il paziente accetta e fissa l'appuntamento. Si rende però conto che per raggiungere questo ospedale il tragitto in auto va da 75 a 90 minuti, che poi ha sostituito con una buona parte con mezzi pubblici senza diminuire i tempi.
31 luglio 2015 - Paziente visitato da Medico Dermatologo A. Riassunto della visita: controllo clinico nevi (nei) con epiluminiscenza; descrizione diagnosi incomprensibile al paziente ma il punto importante è la "discheratosi frontale". "si consiglia: Solaraze gel la sera per 3-4 mesi. Crioterapia ambulatoriale da programmare. Meglio prenotare subito; poi controllo fra 1 anno." Ilpaziente prenota e paga la crioterapia ed il controllo annuale agli sportelli: disponibilità: 15 aprile 2016 !
15 aprile 2016 - il paziente fa la terapia con il gel per tutto il tempo; sipresenta all'orario convenuto (ore 10.30) per la crioterapia. Il Dermatologo Aguarda e sentenzia: "troppo tardi, dovevamo fare la crioterapia molto prima"; chiede per iscritto immediata "visita chirurgica pre-operatoria per asportazione sospetto epitelioma della regione frontale". Il paziente si presenta al Chirurgo B (che dà un'occhiata e compila l'impegnativa); poi va alle prenotazioni. Disponibilità: 28 giugno 2016. Il paziente, forte della precedente esperienza, ritorna dal Chirurgo Bper il dubbio sul ritardo, che gli dà ragione e scrive "urgente" sull'impegnativa da lui compilata precedentemente. Il paziente ritorna agli sportelli ed ottiene l'appuntamento per l'operazione al 31 maggio. Da notare. il paziente esce alle 15.40: + di 5 ore senza aver fatto niente.
31 maggio - il paziente si presenta all'orario convenuto (vi sono sempre delle attese fra questo e l'effettiva entrata in ambulatorio). E' ricevuto dal Chirurgo C; che dà un'occhiata alla fronte e dice: "non si può fare oggi in ambulatorio, l'epitelioma è troppo esteso; se la operassi oggi rischierebbe una seconda operazione di chirurgia plastica per la ricostruzione della zona frontale. Adesso le faccio solo un prelievo di tessuto per l'esame istologico-biopsia". Detto, fatto. Il paziente esce con un cerottone che copre mezza fronte (da non bagnare, gli raccomandano). Il risultato dell'esame istologico sarà disponibile il 5 luglio !!
6 giugno 2016 - Il paziente torna per la medicazione; non riesce nemmeno a vedere bene il Chirurgo D; tutto bene, con il vantaggio che è sparito il cerottone sostituito da un cerottino che resiste all'acqua.
13 giugno - Il paziente incontra il Chirurgo B che per caso è lo stesso che aveva ordinato l'operazione di asportazione (poi non effettuata dal Chirurgo C); gli toglie i punti e rimette un altro cerottino che durerà ancora qualche giorno. Chiede al paziente quando sarà disponibile il risultato dell'esame istologico ed aggiunge: "non conosco i miei turni di luglio; provi comunque prima del 5 luglio, spesso capita che sia pronto in anticipo; io sarò qui il 21 giugno e la vedrò"
20 giugno - il paziente telefona all'ospedale per sapere se è pronto il referto: niente da fare, quindi salta l'appuntamento col Chirurgo B. Qualche giorno dopo ritelefona all'ospedale: il referto è pronto. Telefona ancora per conoscere se e quando il Chirurgo Bè disponibile; l'addetta all'ambulatorio: "non è possibile; venga quando vuole e troverà sicuramente un chirurgo che l'assisterà.
30 giugno - ritiro del referto: il paziente si mette le mani nei capelli perché non capisce cosa significhi la lunga diagnosi piena di parole incomprensibili, e teme per il peggio: Va all'ambulatorio ed incontra, sempre per caso, il Chirurgo Cche afferma:  (perplessità del paziente); vada dal dermatologo che deciderà il da farsi, così sarà risolta la situazione"
Il paziente si precipita nell'ambulatorio del dermatologi. dopo un'attesa ragionevole incontra il Dermatologo A che - guarda caso - è quello del 31 luglio 2015: Legge il referto, dà un'occhiata alla fronte e dice: "Bene, facciamo la crioterapia (quella stessa che mi aveva ordinato l'anno scorso); Non si può fare in estate, quindi ci vediamo in settembre-ottobre". Fine provvisoria della cronaca.
Ammesso - e per il momento non concesso - che ora andrà tutto liscio (nuova impegnativa dal medico di base, prenotazione, ecc,) sono passati finora 11 mesi dalla decisione di fare una crioterapia per - alla fine - decidere di fare la crioterapia. Tutto mi sembra decisamente assurdo per una Sanità Regionale.
Da buon vecchio consulente che preparava progetti per i clienti, mi vengono in mente le cosiddette "parole chiave" del risultato provvisorio. Eccole:
PROGETTO, ORGANIZZAZIONE, TEMPI DI REALIZZAZIONE, DECISORI, PROFESIONALITA', COLLABORATORI (infermieri e addetti agli sportelli), AZIONI, COMUNICAZIONE FRA DECISORI, SPRECHI, DILATAZIONE COSTI, ERRORI DI SBAGLI (questa me la sono inventata io)
Come andrà a finire? riuscirà il paziente a ottenere un soluzione di questa "avventura ospedaliera"?...Incrocio le dita.
Non so se avrete avuto la pazienza di leggere tutto, Se si e vi ho strappato una risata, siete stati dei coraggiosi e altamente pazienti, come il paziente della cronaca.
Chissà se qualcuno di voi conosce l'Assessore Lombardo alla Sanità. Potrebbe imparare qualcosa.
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Di Gennaro Aprea (del 21/06/2016 @ 19:44:14, in F) Questa è l'Italia, cliccato 535 volte)
PERLE GIAPPONESI
Nell'ultimo periodo avete letto molto di problemi ambientali e climatici. C'erano delle ottime ragioni per trattare questi argomenti, a cominciare dall'attesa per il COP 21 a Parigi dove molti paesi del mondo stavano per riunirsi (dicembre 2015) per trovare soluzioni solide ed urgenti ai problemi del Pianeta.
Per fortuna le azioni concordate, pur non essendo ancora pienamente risolutive, hanno smosso l'opinione pubblica in tutto il mondo; ciò è una cosa molto importante perché la presa di coscienza da parte della "gente comune" spinge dal basso i governanti a tutti i livelli ad agire positivamente e più rapidamente.
Vengo al punto: perché "perle giapponesi"? Quando ero ragazzo, subito dopo la 2a guerra mondiale, leggevo La Domenica del Corriere, settimanale illustrato del famoso Corriere della Sera, di formato inferiore ai "lenzuoli" dei quotidiani che ora sono divenuti più ragionevoli da leggere in forma cartacea.
All'ultima pagina c'era un rubrichetta dove si prendeva in giro, criticandoli in maniera divertente, articoli e notizie apparsi su altri giornali e persino sullo stesso Corriere, per alcuni strafalcioni o assurdità scritte dai vari giornalisti. Mi è venuta quindi voglia di riprendere quella consuetudine sperando di strappare qualche sorriso allegro....di cui abbiamo tutti bisogno in questo mondo che sembra impazzito, pieno di notizie terribili nate dall'odio, dalle guerre infinite, dalla povertà di interi popoli costretti a lasciare i proprio paese, di uomini che uccidono donne, ecc..
Comincio quindi con una critica ai giornalisti che hanno iniziato oggi a scrivere di "Sindaca", come se fosse la prima volta da quando esistono le elezioni amministrative che alcuni "sindaci" donna (o Sindache?) sono stati/e eletti/e.
A questo punto propongo un referendum; chi vuole aggiungere altre diciture è benvenuto; che ne dite di: la Sindaco contrapposta a il Sindaco, la Sindachessa - terribile - (come professore e professoressa o dottore e dottoressa);...a voi le successive proposte.
Eppure esiste il sindacalista che vale per l'uomo e la donna; ed anche il Presidente che qualcuno chiama la Presidente, mai la presidenta o la presidentessa.
Ognuno può mettersi in gara per accertare quale sia il titolo ottimale....Ma finora ho scherzato .
La cosa che non posso accettare di questa infima diatriba - parlo seriamente - è che stamattina durante la trasmissione "Prima Pagina" di RADIO 3 dalle 7.15 alle 8.00 il giornalista/conduttore di turno abbia dissertato per 10 minuti circa su questa "importante" notizia, cioè su come occorre chiamare le 2 nuove elette a Sindaco di Roma e Torino. Hanno proprio tempo da perdere facendoci annoiare su questa cazzatella nell'attesa di vere notizie sui quotidiani del giorno?
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Di Gennaro Aprea (del 02/06/2016 @ 17:49:45, in L) Zero-carbonio, cliccato 563 volte)
L'articolo che segue è apparso sulla Newsletter QUALENENERGIA (newsletter@qualenergia.it) ed è stato scritto da Gianni Silvestrini, suo fondatore, Presidente Green Building Council Italia e coordinamento FREE, Direttore scientifico Kyoto Club e Quale Energia, saggista ("2° C" - 2a edizione).
L'articolo mette esattamente a fuoco la situazione  a livello globale e le azioni che il mondo deve realizzare concretamente nell'interesse del Pianeta, cioè noi umani e la natura in cui viviamo.
Desidero ringraziare il Professore Ing. Gianni Silvestrini per avermi permesso di inserire il suo articolo su questo blog che sarà molto utile ai miei lettori per la comprensione dell'evolversi della domanda e dei consumi energetici a breve/medio termine.
Ci sono tanti segnali che indicano una forte diminuzione dei consumi mondiali di carbone e petrolio, e altri che spingono verso rinnovabili, efficienza e mobilità elettrica. L'Europa deve ratificare subito l'accordo di Parigi, ma sembra aver dimenticato di essere stata la guida nelle politiche sul clima. E l'Italia deve riprendere la sua corsa. L'editoriale di Gianni Silvestrini.
Dopo la Cop21 sono molti i segnali che indicano come sia in atto un’accelerazione della transizione energetica.  
Il primo elemento, riguarda la caduta di “King Coal”, un fatto considerato impensabile fino a poco tempo fa, quando tassi annuali di crescita del 4% avevano portato il carbone a coprire il 29% dei consumi energetici e il 46% delle emissioni mondiali di CO2 dei fossili. Ma lo scenario è rapidamente cambiato. Negli Stati Uniti, i consumi di carbone sono calati del 13% durante gli ultimi due anni e per il 2016 è prevista un’ulteriore riduzione del 6%; crollo che ha comportato il fallimento delle due più grandi società di estrazione di questo combustibile, la Peabody Energy e la Arch Coal. 
E, sempre nel 2016, il gas supererà il carbone nella generazione elettrica. In Cina, il calo dell’ultimo biennio è stato del 6% e la riduzione dovrebbe proseguire anche quest’anno, con un -2% (nel primo trimestre -3,7%). Pechino ha deciso di bloccare la costruzione di 250 centrali a carbone per una potenza di 170 GW. Una scelta significativa, accompagnata dall’annuncio della chiusura di un migliaio di miniere e della sospensione dell’avvio di nuove estrazioni.
Potremmo continuare nella panoramica mondiale con la decisione del Regno Unito di eliminare la generazione a carbone entro il 2025 e con il piano in elaborazione da parte della Germania per uscire, dopo il nucleare, anche dai combustibili solidi. Insomma, per il maggiore responsabile del riscaldamento antropico del pianeta è iniziata una crisi profonda e irreversibile.
Altre trasformazioni radicali sono in vista nel settore dei trasporti; ancora una volta risultano decisive le risoluzioni di alcuni governi. Le scadenze proposte recentemente da Norvegia e Olanda per eliminare la vendita di veicoli a benzina o gasolio (2025), ma soprattutto quella del 2030 in discussione in India, sono messaggi forti in grado di accelerare le scelte industriali sulla mobilità elettrica e innescare un effetto a valanga, come dimostra la successiva presa di posizione assunta anche del governo austriaco.
Sarà comunque Pechino che, dopo aver guidato nell’ultimo quinquennio la corsa mondiale delle rinnovabili, piloterà la trasformazione del mercato dell’auto. Si stimano 600.000 nuovi veicoli elettrici nel 2016, un valore più che raddoppiato rispetto alle vendite cinesi dello scorso anno.
Le dinamiche che si sono innescate faranno saltare tutte le previsioni sui consumi di greggio delle compagnie petrolifere. La Exxon, ad esempio, attribuisce alla mobilità elettrica solo il 4% del mercato dell’auto nel 2040. Secondo Bloomberg, invece, la diffusione dei veicoli elettrici comporterebbe già nella prima parte del prossimo decennio una riduzione della domanda di petrolio di 2 milioni di barili giorno (Mbg). Estendendo l’analisi al 2030-2040, il calo dei consumi di greggio diventerà devastante per le compagnie petrolifere.
Un terzo settore, che segnala la rapidità dei cambiamenti, è quello delle rinnovabili che nell’ultimo quinquennio ha visto investimenti nella generazione elettrica doppi rispetto a quelli destinati alle centrali termoelettriche. Un trend che si accentuerà: per il 2020 la potenza fotovoltaica cumulativa aumenterà del 200% arrivando a 450 GW, mentre l’eolico è proiettato verso i 750 GW.
Naturalmente, non possiamo dimenticare l’impennata avvenuta nel campo dell’efficienza energetica. Pensiamo per esempio al successo del programma indiano Domestic Efficient Lighting  Programme (Delp) che in soli 20 mesi ha fatto calare i prezzi dei Led dell’83% e, di conseguenza, ridurre di 2,3 GW la potenza di punta richiesta sulla rete. Visti i risultati ottenuti con la vendita di 90 milioni di lampade, ad aprile, il governo ha deciso di alzare il tiro e di diffondere altri 770 milioni di Led.
Per finire, va sottolineato un cambiamento che non riguarda una tecnologia o un combustibile, ma alcuni importanti settori del mondo finanziario; parliamo di istituzioni, fondi e istituti bancari, che stanno trasferendo colossali risorse dal mondo dei combustibili fossili e quello delle tecnologie verdi. Così, la Banca Mondiale, in passato accusata di finanziare progetti ambientalmente criticabili, ha deciso di dedicare il 28% dei propri fondi a interventi climatici. Ancora più drastica la posizione della banca statunitense JP Morgan Chase &Co, che non intende più finanziare miniere o centrali a carbone nei paesi Ocse, progetti che vengono accomunati al lavoro minorile tra le “transazioni proibite”.
La firma dell’accordo di Parigi: Europa a basso profilo
Lo scorso 22 aprile, a New York, ben 175 paesi hanno firmato l’accordo sul clima di Parigi. Al fine di garantire la sua entrata in vigore, dovrà seguire l’approvazione formale da parte di almeno 55 paesi responsabili di una quota superiore al 55% delle emissioni mondiali. È probabile che l’iter sarà molto più rapido rispetto ai sette anni che sono stati necessari per l’avvio del Protocollo di Kyoto. L’entrata in vigore dell’accordo di Parigi potrebbe infatti avvenire tra il 2016 e il 2017.
Considerato che Cina, USA e Canada, le cui emissioni complessivamente raggiungono il 40% del totale, si sono già impegnati ad effettuare rapidamente questo passaggio, mancherebbe un gruppo di paesi responsabili del 15% delle emissioni.
Per quanto possa sembrare paradossale, è difficile che questo ruolo venga svolto dall’Europa. Purtroppo la UE, già guida delle politiche del clima, è divisa; occorre la ratifica da parte dei Parlamenti di tutti i 28 Stati membri, con i tempi di attuazione che saranno lunghi. Non stupisce la resistenza della Commissione all’innalzamento degli obiettivi al 2030, che si renderebbe comunque necessario, dopo il successo dell’accordo di Parigi. La riduzione delle emissioni dei gas climalteranti, che dal 40% dovrebbe passare almeno al 45%, viene rimandata al 2023, malgrado diversi paesi (ma non l’Italia), stiano spingendo per una rapida revisione.
Se poi si volesse veramente evitare di superare l’incremento di 1,5 °C, i tagli dovrebbero essere superiori, attorno al 60%. Le incertezze europee sono, peraltro, sempre meno comprensibili alla luce del crescente allarme climatico, visti i continui record delle temperature. Il primo trimestre 2016 ha segnato un aumento di 1,5 °C rispetto ai valori medi 1881-1910 e di 1,7 °C rispetto ai valori preindustriali.
Far ripartire la corsa dell’Italia
Malgrado le emergenze ambientali e la rapidità con cui sta cambiando il mondo, ci sono però paesi che non stanno cogliendo l’onda. L’Italia, dopo aver seguito un percorso quanto mai originale e anomalo, si colloca tra questi. La sua storia ricorda quella di un atleta drogato che, dopo una partenza fulminante, crolla mentre gli altri corrono verso il traguardo. È opportuno chiarire il contesto che ha portato all’euforia da doping.
Un esempio viene dal decreto “salva Alcoa”, varato dal governo Berlusconi a seguito delle pressioni di potenti lobby. Mentre sull’editoriale di QualEnergia (n. 1 del 2011) si leggeva: «La bolla fotovoltaica è scoppiata con numeri impensabili. La responsabilità principale viene dall’emendamento parlamentare, passato con il consenso del Governo, che ha prolungato la validità degli incentivi 2010 agli impianti installati entro il 31 dicembre». Gianfranco Miccichè, allora leader di Forza del Sud, minacciava di far cadere il governo proprio per sostenere gli alti incentivi al solare. Questo per chiarire le responsabilità di chi ancora oggi se la prende con il comparto delle rinnovabili e, in particolare, con il fotovoltaico.
Le politiche degli ultimi cinque anni si sono basate sulla doppia convinzione che “i comparti delle rinnovabili e dell’efficienza hanno già avuto troppo” e che “visti i risultati acquisiti ora possiamo stare fermi”. In questo modo si sono sottovalutati i notevoli apporti positivi derivati dalla corsa green e si è bloccata l’espansione necessaria per raggiungere gli obiettivi del 2030.
Nella plausibile ipotesi che all’Italia venga richiesto un impegno di riduzione analogo alla media europea, il tasso annuo di riduzione delle emissioni climalteranti nel periodo 2016-2030 dovrà essere più del doppio di quello registrato tra il 1990 e il 2015, e del 50% più alto di quello calcolato per l’intervallo 2004-2015 depurato dall’effetto della crisi: nel periodo cioè della forte crescita delle rinnovabili. Questo, sempre che gli obiettivi al 2030 non vengano innalzati. Sono numeri che chiariscono bene l’accelerazione delle energie pulite, necessaria nei prossimi anni.
Il premier ha affermato che intende lavorare perché le fonti rinnovabili, in questa legislatura, riescano a fornire nel 2018 il 50% della generazione elettrica. A noi basterebbe che venissero adottate misure in grado di far raggiungere questo risultato nel 2025 e talloneremo il governo affinché vengano rapidamente varati tutti i provvedimenti necessari.
Anticipiamo la pubblicazione dell'editoriale di Gianni Silvestrini  (nella sua versione quasi completa) che verrà pubblicato sul prossimo numero (n.2/2016) della rivista bimestrale Qualenergia, in uscita la prossima settimana, con il titolo "Clima d'urgenza".
29 aprile 2016
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