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Di Gennaro Aprea (del 09/10/2013 @ 11:23:04, in F) Questa è l'Italia, cliccato 615 volte)

SEGUITO ARTICOLO MICHELE SERRA

Non sono riuscito, per mia mancanza di conoscenza tecnologica e dopo numerosi tentativi, a inserirlo alla fine dello stesso articolo di Michele Serra, che considero un monumento. E' apparso su La Repubblica di lunedì 7 ottobre. L'ho riportato quindi in un articolo separato perché sono certo che alcuni di voi non l'abbiano notato o non leggono questo quotidiano. Personalmente considero che i miei punti di vista ed i relativi comportamenti nella mia vita siano esattamente gli stessi di quelli che Michele pensa debbano essere patrimonio comportamentale di noi italiani.

Nel 1957 ero molto giovane e sono andato a lavorare in Nigeria quando questo paese era ancora una colonia inglese. Gli italiani non erano ancora come quelli descritti da Serra però in tutti gli atti collettivi in quel paese c’era qualcosa che non conoscevo nei comportamenti di noi italiani in quegli anni. Quindi ho avuto il cosiddetto “imprinting” inglese. Avete presente gli inglesi in fila? Uno dietro l’altro e nessuno che cerca di infilarsi o di affiancarsi. Ovviamente anche i nativi si comportavano così perché avevano imparato a scuola o dagli inglesi in tutti i luoghi pubblici. Ma non basta; nel 1975 sono andato a lavorare in Brasile nel periodo della dittatura dei militari. La prima volta che presi l’aereo/“shuttle” da Rio a San Paulo nel vecchio aeroporto dove ci si avvicinava a piedi all’aereo uscendo dal “gate”, trovai la fila ordinatissima uno per uno: era “merito” – si fa per dire – del regime politico? forse una sua volontà di dimostrazione propagandistica di un regime serio, però ancora è così. Avete invece presente gli italiani in circostanze analoghe? Condivido il 100% delle giuste critiche di Serra, da Roma (dove ho vissuto da giovane 15 anni della mia vita e quando ci torno mi deprimo come lui) ai cori tribali dello stadio e gli applausi della gente ai funerali, ecc.. Ma aver vissuto e viaggiato in tanti paesi esteri mi fa venire l’idiosincrasia delle persone che vivono così, più di quelli che conoscono meno i paesi più civili del nostro.

 

PS - C'è un'altra cattiva abitudine alla quale Michele Serra non ha accennato. All'inizio di ogni convegno è invalsa da anni l'abitudine del quarto d'ora accademico (di origine professorale/universitaria), che diventa spesso mezz'ora o tre quarti d'ora o anche più. Ai "professori" si aggiungono inoltre i politici i quali contribuiscono ai ritardi dell'inizio. In più chi è chiamato a parlare non rispetta quasi mai il tempo accordatogli/le, né il/la coordinatore/trice non lo riprende e non gli fa notare il ritardo. Risultato: i convegni finiscono sempre in tardo rispetto all'orario previsto; vi sono pochissime eccezioni che confermano l'abitudine ad essere irrispettosi dei partecipanti.

Ho assistito a decine di convegni in numerosi paesi esteri. Se vi sono dei ritardi di 5-10 minuti (mai di più) i coordinatori o gli "speakers" si scusano con la platea. Perché non facciamo uno sforzo per imitarli?: faremmo anche una migliore figura nei confronti di stranieri che assistono sempre più numerosi ai nostri convegni.

 

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Di Gennaro Aprea (del 09/10/2013 @ 11:04:40, in F) Questa è l'Italia, cliccato 584 volte)

SE IL DISORDINE È SINTOMO DI MALESSERE 
 
    
MICHELE SERRA

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Che l’ordine e la disciplina siano sempre e comunque salutari non è poi così certo. Ma che il disordine sia insalubre, perché genera ansia, perché corrode l’anima, è invece sicurissimo. Bastano un paio di giorni a Roma — amatissima, anche perché ci sono nato, ma faticosissima — per abbassare le mie difese immunitarie. Arrivo a sera sfinito. Non tanto la quantità del traffico ma la sua qualità (perfino i pedoni fanno manovre folli) mi stordisce, così come il tempo divorato dagli ingorghi e dai ritardi miei e altrui, i taxi che non si trovano, la sensazione di caos permanente, l’idea di non riuscire mai a trovare il bandolo di una città che ti si sfilaccia sotto i piedi, splendida e in perenne disfacimento.
L’ordine ha le sue brave patologie (quella più tipica è la dittatura) e le sue riconoscibili stupidità: alle Olimpiadi di Los Angeles ricordo ancora con totale ilarità certi “percorsi guidati”, righe gialle al centro di enormi piazzali vuoti, lungo i quali noi giornalisti dovevamo camminare in fila indiana sorvegliati da zelanti volontari che ci invitavano a non deviare neppure di un metro da quell’assurdo ricamo sull’asfalto. Ma il disordine è già in sé una patologia, e nel malessere italiano, ultimamente così acuto, non escludo che l’incapacità di fare ordine — riordinare i gesti come i pensieri — sia una delle cause più eclatanti. La proverbiale incapacità di fare la coda (ultimamente, va detto, un poco attenuata) non è che un sintomo. Ho visto recite scolastiche nelle quali i genitori facevano un tale bordello da soverchiare le voci dei loro figli sul palcoscenico. Ho sentito minuti di raccoglimento diventare ricettacolo di urla, applausi e fischi, cori tribali. Non sopporto gli applausi ai funerali, il lutto che muta in caciara, non capisco che cosa abbia fatto di male, il silenzio, ai miei connazionali. Continuo a vedere parecchi italiani sociolesi (mio neologismo) incapaci di comprendere che, quando la metropolitana apre le porte, prima bisogna far scendere chi è a bordo, e solo dopo si può salire.
Queste tipologie del disordine stroncano, anche perché è la loro minuzia a far cadere le braccia. Se in caso di guerra e di bombardamento la gente urla e fugge disordinatamente, è possibile farsene una ragione. Ma il ciclista a testa bassa sul marciapiede, il gippone in doppia fila, la signora sorridente che ti passa davanti alla cassa del grande magazzino, loro non sono soverchiati da alcuna emergenza, costretti da alcuna catastrofe. È l’ordinarietà dell’offesa, la leggerezza con la quale viene inflitta a impedire una reazione organizzata: se non la voglia, sempre più frequente con l’età, di trasferirsi in Provenza o in Svizzera, meravigliosamente noiosa.
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SEGUITO DEL DISORDINE


Nel 1957 sono andato a lavorare in Nigeria quando questo paese era ancora una colonia inglese. Gli italiani non erano ancora come quelli descritti da Serra però in tutti gli atti collettivi della colonia c’era qualcosa che non conoscevo nei comportamenti di noi italiani in quegli anni. Quindi ho avuto il cosiddetto “imprinting” inglese. Avete presente gli inglesi in fila? Uno dietro l’altro uno e nessuno che cerca di infilarsi o di affiancarsi. Ovviamente anche i nativi si comportavano così perché avevano imparato dagli inglesi e a scuola.
Ma non basta; nel 1975 sono andato a lavorare in Brasile, nel periodo della dittatura dei militari. La prima volta che presi l’aereo/“shuttle” da Rio a San Paulo nel vecchio aeroporto dove ci si avvicinava a piedi all’aereo uscendo dal “gate”, trovai la fila ordinatissima uno per uno: era “merito” – si fa per dire – del regime politico? forse una sua volontà di dimostrazione propagandistica di un regime serio, però ancora è così. Avete invece presente gli italiani in circostanze analoghe?
Condivido il 100% delle giuste critiche di Serra, da Roma (dove ho vissuto da giovane 15 anni della mia vita e quando ci torno mi deprimo come lui) ai cori tribali dello stadio e gli applausi della gente ai funerali, ecc..
Ma aver vissuto e viaggiato in tanti paesi esteri mi fa venire l’idiosincrasia delle persone che vivono così, più di quelli che conoscono meno i paesi più civili del nostro.
 

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Di Gennaro Aprea (del 05/10/2013 @ 17:31:17, in C) Commenti e varie, cliccato 594 volte)
ANCORA DUE FLASH E UN COMMENTO SUL POST BERLUSCONI
 
1) Come è mia abitudine, stamattina ho ascoltato la rassegna della stampa di oggi di RadioTre con gli interventi degli ascoltatori. Uno degli ultimi è stato brevissimo ed ha detto più o meno: “ Ma la volete smettere di parlare sempre male di Berlusconi?”.
Se avessi avuto la possibilità d intervenire in tempo reale la mia risposta sarebbe stata: “non possiamo stare zitti se voi continuate a parlar bene ed elogiare Berlusconi dicendo un mucchio di falsità e fandonie; appena la smetterete, smetteremo anche noi….anzi, non parliamo più di questo signore, cominciamo ad essere seri”.
 
2) Sempre stamattina, le notizie sono state che il voto del Senato al completo sulla decadenza della carica sarà effettuata prima della fine del mese. Mi chiedo e vi chiedo: è mai possibile che per realizzare questi eventi previsti dai regolamenti burocratici delle nostre Camere debbano passare mesi? La sentenza ufficiale con le motivazioni è dei primi di agosto. Si è dovuto aspettare più di 60 giorni prima che la Giunta si riunisse per fare la votazione e ora per la definitiva dell’Aula altri 15-25 giorni.
Ma questi Senatori, quanto ci mettono a fare ‘sti lavoretti, pensamenti e rapporti, mentre in una impresa i suoi alti dirigenti per un argomento unico di questa portata ci metterebbero, a dir tanto, una settimana? Capisco i ritardi per le riunioni diplomatiche dei partiti della maggioranza “anomala”, ma non si può esagerare!
Quando ero ragazzo mio padre, prendendomi in giro, mi diceva: “Voglia di lavorar saltami addosso e fammi lavorar meno che posso!”, quando mi vedeva impigrito sui libri, distraendomi ad ogni minuto e pensando ad altre cose fuori dallo studio….tipo le vacanze, o la gita, o la festa con gli amici e le amichette; i cui concetti sono facili da trasferire alle attività usuali dei Parlamentari.
 
3) Nei primi degli anni 70 ho conosciuto in un viaggio aereo un parlamentare vicino di poltrona; poi siamo diventati amici e ho saputo tutto sulle sue usuali attività settimanali. Andavo spesso a Roma in quel periodo e ogni tanto mi capitava di incontralo per un breve pranzo a base di tramezzini, un bicchiere di vino e un caffè. Era un senatore di un medio capoluogo di Provincia (ex Sindaco), anche membro e successivamente presidente di Commissione parlamentare. Ha fatto 5 legislature ed ora non è lontano dai 90 anni, in pensione:
-          lunedì mattina o primo pomeriggio: aereo per Roma in economica e studio di incartamenti nel pomeriggio
-          martedì, mercoledì, giovedì, venerdì: in Senato per studio, preparazione di azioni dopo incontri con colleghi, riunione di Commissione ove prevista, aula per ascolto ed interventi su proposte di legge, votazioni, ecc.
-          venerdì sera: ritorno in sede
-          sabato e spesso domenica mattina: incontri in sede locale del partito e con i cittadini
-          poi si ricomincia: come e anche più della settimana di un dirigente d’azienda che ha la sua sede di lavoro fuori della propria residenza
-          Assentesimo: non più del 5% salvo assenze giustificate
-          Vacanze: 30-35 giorni fra luglio e agosto con la moglie lavoratrice (figli grandi e indipendenti)
-          Metà del reddito di parlamentare al Partito centrale e locale
-          Tv, radio e interviste varie: poco, solo il necessario. Talk show televisivi: non esistevano salvo gli interventi in incontri pre-elettorali.
Ce ne sono ancora di queste persone nelle Camere dei nostri Rappresentanti? (ai tempi ne ho conosciuto altri che si comportavano alla stessa maniera). Forse ce ne sono ancora così, pochi e non esibizionisti, ma sono una fortissima minoranza.
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