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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Gennaro Aprea (del 02/06/2016 @ 17:49:45, in L) Zero-carbonio, cliccato 460 volte)
L'articolo che segue è apparso sulla Newsletter QUALENENERGIA (newsletter@qualenergia.it) ed è stato scritto da Gianni Silvestrini, suo fondatore, Presidente Green Building Council Italia e coordinamento FREE, Direttore scientifico Kyoto Club e Quale Energia, saggista ("2° C" - 2a edizione).
L'articolo mette esattamente a fuoco la situazione  a livello globale e le azioni che il mondo deve realizzare concretamente nell'interesse del Pianeta, cioè noi umani e la natura in cui viviamo.
Desidero ringraziare il Professore Ing. Gianni Silvestrini per avermi permesso di inserire il suo articolo su questo blog che sarà molto utile ai miei lettori per la comprensione dell'evolversi della domanda e dei consumi energetici a breve/medio termine.
Ci sono tanti segnali che indicano una forte diminuzione dei consumi mondiali di carbone e petrolio, e altri che spingono verso rinnovabili, efficienza e mobilità elettrica. L'Europa deve ratificare subito l'accordo di Parigi, ma sembra aver dimenticato di essere stata la guida nelle politiche sul clima. E l'Italia deve riprendere la sua corsa. L'editoriale di Gianni Silvestrini.
Dopo la Cop21 sono molti i segnali che indicano come sia in atto un’accelerazione della transizione energetica.  
Il primo elemento, riguarda la caduta di “King Coal”, un fatto considerato impensabile fino a poco tempo fa, quando tassi annuali di crescita del 4% avevano portato il carbone a coprire il 29% dei consumi energetici e il 46% delle emissioni mondiali di CO2 dei fossili. Ma lo scenario è rapidamente cambiato. Negli Stati Uniti, i consumi di carbone sono calati del 13% durante gli ultimi due anni e per il 2016 è prevista un’ulteriore riduzione del 6%; crollo che ha comportato il fallimento delle due più grandi società di estrazione di questo combustibile, la Peabody Energy e la Arch Coal. 
E, sempre nel 2016, il gas supererà il carbone nella generazione elettrica. In Cina, il calo dell’ultimo biennio è stato del 6% e la riduzione dovrebbe proseguire anche quest’anno, con un -2% (nel primo trimestre -3,7%). Pechino ha deciso di bloccare la costruzione di 250 centrali a carbone per una potenza di 170 GW. Una scelta significativa, accompagnata dall’annuncio della chiusura di un migliaio di miniere e della sospensione dell’avvio di nuove estrazioni.
Potremmo continuare nella panoramica mondiale con la decisione del Regno Unito di eliminare la generazione a carbone entro il 2025 e con il piano in elaborazione da parte della Germania per uscire, dopo il nucleare, anche dai combustibili solidi. Insomma, per il maggiore responsabile del riscaldamento antropico del pianeta è iniziata una crisi profonda e irreversibile.
Altre trasformazioni radicali sono in vista nel settore dei trasporti; ancora una volta risultano decisive le risoluzioni di alcuni governi. Le scadenze proposte recentemente da Norvegia e Olanda per eliminare la vendita di veicoli a benzina o gasolio (2025), ma soprattutto quella del 2030 in discussione in India, sono messaggi forti in grado di accelerare le scelte industriali sulla mobilità elettrica e innescare un effetto a valanga, come dimostra la successiva presa di posizione assunta anche del governo austriaco.
Sarà comunque Pechino che, dopo aver guidato nell’ultimo quinquennio la corsa mondiale delle rinnovabili, piloterà la trasformazione del mercato dell’auto. Si stimano 600.000 nuovi veicoli elettrici nel 2016, un valore più che raddoppiato rispetto alle vendite cinesi dello scorso anno.
Le dinamiche che si sono innescate faranno saltare tutte le previsioni sui consumi di greggio delle compagnie petrolifere. La Exxon, ad esempio, attribuisce alla mobilità elettrica solo il 4% del mercato dell’auto nel 2040. Secondo Bloomberg, invece, la diffusione dei veicoli elettrici comporterebbe già nella prima parte del prossimo decennio una riduzione della domanda di petrolio di 2 milioni di barili giorno (Mbg). Estendendo l’analisi al 2030-2040, il calo dei consumi di greggio diventerà devastante per le compagnie petrolifere.
Un terzo settore, che segnala la rapidità dei cambiamenti, è quello delle rinnovabili che nell’ultimo quinquennio ha visto investimenti nella generazione elettrica doppi rispetto a quelli destinati alle centrali termoelettriche. Un trend che si accentuerà: per il 2020 la potenza fotovoltaica cumulativa aumenterà del 200% arrivando a 450 GW, mentre l’eolico è proiettato verso i 750 GW.
Naturalmente, non possiamo dimenticare l’impennata avvenuta nel campo dell’efficienza energetica. Pensiamo per esempio al successo del programma indiano Domestic Efficient Lighting  Programme (Delp) che in soli 20 mesi ha fatto calare i prezzi dei Led dell’83% e, di conseguenza, ridurre di 2,3 GW la potenza di punta richiesta sulla rete. Visti i risultati ottenuti con la vendita di 90 milioni di lampade, ad aprile, il governo ha deciso di alzare il tiro e di diffondere altri 770 milioni di Led.
Per finire, va sottolineato un cambiamento che non riguarda una tecnologia o un combustibile, ma alcuni importanti settori del mondo finanziario; parliamo di istituzioni, fondi e istituti bancari, che stanno trasferendo colossali risorse dal mondo dei combustibili fossili e quello delle tecnologie verdi. Così, la Banca Mondiale, in passato accusata di finanziare progetti ambientalmente criticabili, ha deciso di dedicare il 28% dei propri fondi a interventi climatici. Ancora più drastica la posizione della banca statunitense JP Morgan Chase &Co, che non intende più finanziare miniere o centrali a carbone nei paesi Ocse, progetti che vengono accomunati al lavoro minorile tra le “transazioni proibite”.
La firma dell’accordo di Parigi: Europa a basso profilo
Lo scorso 22 aprile, a New York, ben 175 paesi hanno firmato l’accordo sul clima di Parigi. Al fine di garantire la sua entrata in vigore, dovrà seguire l’approvazione formale da parte di almeno 55 paesi responsabili di una quota superiore al 55% delle emissioni mondiali. È probabile che l’iter sarà molto più rapido rispetto ai sette anni che sono stati necessari per l’avvio del Protocollo di Kyoto. L’entrata in vigore dell’accordo di Parigi potrebbe infatti avvenire tra il 2016 e il 2017.
Considerato che Cina, USA e Canada, le cui emissioni complessivamente raggiungono il 40% del totale, si sono già impegnati ad effettuare rapidamente questo passaggio, mancherebbe un gruppo di paesi responsabili del 15% delle emissioni.
Per quanto possa sembrare paradossale, è difficile che questo ruolo venga svolto dall’Europa. Purtroppo la UE, già guida delle politiche del clima, è divisa; occorre la ratifica da parte dei Parlamenti di tutti i 28 Stati membri, con i tempi di attuazione che saranno lunghi. Non stupisce la resistenza della Commissione all’innalzamento degli obiettivi al 2030, che si renderebbe comunque necessario, dopo il successo dell’accordo di Parigi. La riduzione delle emissioni dei gas climalteranti, che dal 40% dovrebbe passare almeno al 45%, viene rimandata al 2023, malgrado diversi paesi (ma non l’Italia), stiano spingendo per una rapida revisione.
Se poi si volesse veramente evitare di superare l’incremento di 1,5 °C, i tagli dovrebbero essere superiori, attorno al 60%. Le incertezze europee sono, peraltro, sempre meno comprensibili alla luce del crescente allarme climatico, visti i continui record delle temperature. Il primo trimestre 2016 ha segnato un aumento di 1,5 °C rispetto ai valori medi 1881-1910 e di 1,7 °C rispetto ai valori preindustriali.
Far ripartire la corsa dell’Italia
Malgrado le emergenze ambientali e la rapidità con cui sta cambiando il mondo, ci sono però paesi che non stanno cogliendo l’onda. L’Italia, dopo aver seguito un percorso quanto mai originale e anomalo, si colloca tra questi. La sua storia ricorda quella di un atleta drogato che, dopo una partenza fulminante, crolla mentre gli altri corrono verso il traguardo. È opportuno chiarire il contesto che ha portato all’euforia da doping.
Un esempio viene dal decreto “salva Alcoa”, varato dal governo Berlusconi a seguito delle pressioni di potenti lobby. Mentre sull’editoriale di QualEnergia (n. 1 del 2011) si leggeva: «La bolla fotovoltaica è scoppiata con numeri impensabili. La responsabilità principale viene dall’emendamento parlamentare, passato con il consenso del Governo, che ha prolungato la validità degli incentivi 2010 agli impianti installati entro il 31 dicembre». Gianfranco Miccichè, allora leader di Forza del Sud, minacciava di far cadere il governo proprio per sostenere gli alti incentivi al solare. Questo per chiarire le responsabilità di chi ancora oggi se la prende con il comparto delle rinnovabili e, in particolare, con il fotovoltaico.
Le politiche degli ultimi cinque anni si sono basate sulla doppia convinzione che “i comparti delle rinnovabili e dell’efficienza hanno già avuto troppo” e che “visti i risultati acquisiti ora possiamo stare fermi”. In questo modo si sono sottovalutati i notevoli apporti positivi derivati dalla corsa green e si è bloccata l’espansione necessaria per raggiungere gli obiettivi del 2030.
Nella plausibile ipotesi che all’Italia venga richiesto un impegno di riduzione analogo alla media europea, il tasso annuo di riduzione delle emissioni climalteranti nel periodo 2016-2030 dovrà essere più del doppio di quello registrato tra il 1990 e il 2015, e del 50% più alto di quello calcolato per l’intervallo 2004-2015 depurato dall’effetto della crisi: nel periodo cioè della forte crescita delle rinnovabili. Questo, sempre che gli obiettivi al 2030 non vengano innalzati. Sono numeri che chiariscono bene l’accelerazione delle energie pulite, necessaria nei prossimi anni.
Il premier ha affermato che intende lavorare perché le fonti rinnovabili, in questa legislatura, riescano a fornire nel 2018 il 50% della generazione elettrica. A noi basterebbe che venissero adottate misure in grado di far raggiungere questo risultato nel 2025 e talloneremo il governo affinché vengano rapidamente varati tutti i provvedimenti necessari.
Anticipiamo la pubblicazione dell'editoriale di Gianni Silvestrini  (nella sua versione quasi completa) che verrà pubblicato sul prossimo numero (n.2/2016) della rivista bimestrale Qualenergia, in uscita la prossima settimana, con il titolo "Clima d'urgenza".
29 aprile 2016
 
Di Gennaro Aprea (del 27/04/2016 @ 19:44:34, in L) Zero-carbonio, cliccato 399 volte)
22 APRILE : LA GIORNATA DELLA TERRA
I media più importanti della radio, televisione, quotidiani e periodici, hanno propagandato il 22 aprile dando importanza ad un "nuovo" avvenimento: la firma dell'Accordo sul clima del 12 dicembre 2015 a Parigi.
Questa volta la sede della firma era a New York presso le Nazioni Unite. Ripeto, lo hanno pubblicizzato come se fosse un nuovo scoop; nessuno, dico nessuno, ha detto o scritto che questa firma era una normalissima cosa già prevista, precisamente a pagina 3 del documento di Adozione dell'Accordo, capitolo "Adozione", comma 2. In questo comma si diceva anche che si potrà firmare fino ad aprile del 2017.
Solo dopo il 22 scorso i giornalisti presenti a New York hanno riferito al ritorno ciò che "non sapevano" prima del 22. Sono proprio bravi!...
Per fortuna i paesi firmatari sono stati 175 (record rispetto ai precedenti avvenimenti simili) su 197 che avevano aderito all'Accordo a Parigi "verbalmente". Però finora non hanno ancora firmato la Cina e gli USA (Obama era a Londra e poi Germania per questioni politiche di cui si è molto parlato - non so perché non c'era Xi Jiping: forse perché si vergognava di farsi vedere in giro per i Panama Papers). Questi sono i paesi che emettono gas serra, causa del riscaldamento terrestre, più di tutti gli altri. In effetti si attende la firma di tutti i 55 paesi (compresi questi due importanti stati) che emettono insieme il 95% dei gas serra a livello planetario.
Vorrei sottolineare che si spera che tutti i 55 aderiranno ed inizieranno a mettere in atto tutte le applicazioni dell'Accordo al più presto, cioè prima del 2020 come previsto nel documento. Se tutti si atterranno alle regole forse si riuscirà a limitare l'aumento delle temperature entro i 2° C alla fine del secolo...altrimenti sono guai. Ciò significa, che come hanno scritto nel documento di Parigi, la speranza di limitare la tempèratura a 1,5°C rimarrà solo un pio desiderio. Quindi è necessario diventare ancora più stringenti nei programmi di cambiamento.
Ed ora facciamo un piccolo salto indietro - non di lato ché serve poco - all'Italia. Matteo Renzi era a New York ed ha firmato. Ha fatto anche un breve discorso (in un inglese decisamente migliorato: complimenti!) "promettendo" cose importantissime riguardo alle emissioni di gas serra nel "breve" futuro italiano (per esempio che si chiuderanno tutte le centrali elettriche che usano il carbone come materia prima). Molti politologi hanno dissertato in questi giorni sul'astensione al referendum del 17 aprile voluta dal Nostro e dal partito che lo ha seguito salvo poche eccezioni. Ho letto sull'ultimo Espresso un eccezionale articolo di Piero Ignazi che ci ha spiegato i pericoli di questa astensione sui comportamenti futuri degli italiani anche nelle prossime votazioni amministrative ed in quelle future politiche, compreso quello di ottobre sulle modifiche della Costituzione, figlie delle innovazioni renziane (sulle quali sono in parte d'accordo). Il professore bolognese conclude dicendo:"...c'è un pericolo grave per la democrazia: che il prossimo governo sia delegittimato per non avere ottenuto il consenso della maggioranza degli elettori". Parole sante!
Io però vedo il risultato del risultato del referendum, non da politologo, ma dal mio solito punto di vista di ambientalista: La volontà di decarbonizzare, questa nuova parola che diventerà un "must" per tutti governi ed i cittadini del mondo, non significa solo smettere di usare il carbone per gli usi che ne abbiamo fatto finora, ma anche di eliminare tutte le altre fonti fossili - è possibilissimo -  cioè petrolio e gas, lasciandole sotto terra.
Concludendo, il risultato del referendum ha permesso ai petrolieri che posseggono le concessioni in Adriatico per petrolio e gas di estrarli indefinitamente fino a quando decideranno loro, finché gli converrà estrarlo. Tenete presente che le concessioni esistenti avrebbero dovuto finire da oggi al 2034 con una maggioranza negli anni 20 prossimi. Non pensate che questa situazione sia in contraddizione con le "parole, parole, parole..." di Renzi e del PD?
A questo punto mi metto sulla riva del fiume e attendo che passi il/i cadavere/i
 
 
Di Gennaro Aprea (del 30/03/2016 @ 17:31:18, in L) Zero-carbonio, cliccato 533 volte)
PERCHE' VOTERO' "SI" AL REFERENDUM SULLE TRIVELLE
Voterò "SI" al referendum del 17 aprile! Le ragioni sono molte e vorrei dirvene qualcuna che ritengo fra le più importanti.
1) Il 12 dicembre 2015, al termine del COP 21 di Parigi 195 paesi (ad oggi 197) hanno votato si all'Accordo e alla relativa Applicazione per contenere l'aumento delle temperature terrestri entro i 2° C, o meglio 1,5° C alla fine del secolo. Anche l'Italia ha firmato.  Come molti già sanno e avvertono fisicamente, l'aumento delle temperature è dovuto alle emissioni crescenti dei "gas serra" che a loro volta sono causati dall'uso continuo delle energie fossili, cioè il carbone, i prodotti derivati dal petrolio, e dal gas naturale (metano). Ciò vuol dire che occorre diminuire drasticamente la combustione delle energie fossili. Se non lo si fa presto e seriamente, le temperature terrestri al 2100 aumenteranno in media oltre i 4°C secondo tutti gli scienziati esperti del mondo intero. Cosa significa? che il pianeta sarà in maggiorana costituito da deserti, che gli oceani aumenteranno il livello sommergendo isole e numerosissime zone costiere dove ora vi sono molte megalopoli (es. New York) ma anche Venezia ed altre città costiere importanti nel mondo. Molte specie naturali, cioè flora e fauna,.saranno sparite e sarà molto difficile la vita per noi umani. Tutto ciò è indubitabile!
2) Di conseguenza tutti i governi dovrebbero iniziare fin d'ora ad adottare una  politica di "decarbonizzazione" che significa eliminare subito l'uso del carbone, diminuire velocemente l'uso del petrolio e del gas sostituendo le energie fossili con quelle alternative e rinnovabili, sviluppare il risparmio energetico degli edifici e pro capite, ecc., tutte azioni ormai da tempo competitive che possono impiegare grande quantità di mano d'opera diretta ed indiretta (costruzione di prodotti, applicazione, manutenzione, sostituzione, recupero, ecc.).
3) Purtroppo il governo italiano non si comporta adeguatamente, anzi. Al TG3 delle ore 19 del 28 marzo ho sentito con le mie orecchie e visto con i miei occhi una dichiarazione di un giovane esponente (un deputato?) del PD (non è apparso il nome) con le seguenti testuali parole che mi sono affrettato a scrivere per la loro oscenità: "il PD ha deciso di astenersi, di fare un nuovo programma energetico che comprende le rinnovabili, il nucleare e una quota ineliminabile di fossili"  Due soli commenti - fra i tanti - a questo svarione sono: 
Nuovo programma energetico? Tutti i paesi delle Nazioni Unite (Italia compresa) hanno dovuto depositare "volontariamente", prima del COP 21, un documento (INDC) che evidenzia le "precise intenzioni di un contributo nazionale" a diminuire i gas serra da qui al 2050. E questo non è già un programma energetico? oppure il PD ne fa uno "nuovo" che comprende le fossili ineliminabili? (che è una bugia perché sono tutte eliminabili senza problemi)                                                 
Negli articoli 11 e 12 dell'Accordo vi sono degli impegni per la "sensibilizzazione della popolazione, la formazione e la comunicazione" Non ne ho sentita o vista alcuna finora, anzi !
4) Il comportamento del governo è inqualificabile: nonostante nel decreto Sblocca Italia l'estrazione di petrolio e gas fosse compresa nel futuro energetico del Paese (sic) e avesse poi modificato qualcosa per coprire lo sbaglio di fronte alla ribellione delle Regioni che hanno promosso i sei quesiti del referendum (ridotti ad uno per ulteriori modifiche governative), ha poi cercato di far continuare le estrazioni fino all'esaurimento dei pozzi. Il quesito principale del referendum non permette questo ulteriore sfruttamento oltre il termine temporale delle concessioni attuali quindi, per non mettersi ufficialmente dalla parte dei petrolieri, ora il governo consiglia di astenersi...tanto abbiamo tempo per rifare un "nuovo programma energetico che prevede anche il nucleare e le fossili ineliminabili".
Infine dico io (che ho votato a suo tempo per il PD) alla toscana: "O ragazzi! ma siamo seri, deh!"... e soprattutto cerchiamo di operare da competenti, perché non ne vedo molti in giro.
Se non sono stato chiaro, sono a vostra disposizione per una chiacchierata e per rispondere a vostre domande
 
PS - quelli che vogliono votare "no", compreso un certo signor Prodi, dicono che dovremo importare petrolio e gas in sostituzione della mancata estrazione, pagando quindi in più petrolio e gas. Non hanno capito che dobbiamo cominciare subito a lasciare sottoterra al più presto le energie fossili perché possono essere sostituite dalle rinnovabili anche con l'aiuto della tecnologia che fa passi da gigante  dando così lavoro a nuova mano d'opera, anche specializzata.
Non è mia la frase famosa, ma mi piace ricordarla: "L'età della pietra non è finita e sostituita dalle successive per mancanza di pietre"
 
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