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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Gennaro Aprea (del 02/07/2007 @ 11:49:06, in A) Aziende, innovazione, produttività, costi, ecc., cliccato 858 volte)
QUESTO BENEDETTO SCALONE.....E GLI "OVER 50"
                                      
 
 
Si fa’ un gran parlare del problema dell’età di pensionamento, dell’allungamento della vita lavorativa, del fatto che le finanze dello Stato non permettono di dare ai pensionati la retribuzione per molti anni (25-30 rispetto ai 10-15 di venti anni fa). Tutti i giorni – o quasi – lo vediamo/sentiamo in televisione, alla radio, sulla stampa quotidiana e periodica. E siccome la maggioranza non si mette d’accordo le decisioni definitive sono continuamente rinviate. Sicuramente si arriverà al solito compromesso che non soddisferà nessuno e scontenterà tutti.
Ma vediamo un po’ come è la situazione alla luce della legge attuale che riguarda il passaggio dalla pensione in modalità retributiva (una percentuale della media delle retribuzioni degli ultimi 10 anni – prima era degli ultimi 5) a quella contributiva che prevede la pensione calcolata su quanto i lavoratori/datori di lavoro hanno versato all’INPS durante il periodo lavorativo.
La legge dice che, a partire dal 1996, tutti quei lavoratori che non avevano ancora lavorato (e versato contributi pensionistici) per 19 anni o meno, alla fine del periodo lavorativo otterranno la pensione sulla base dei contributi versati. Ciò significa che la loro pensione sarà nettamente inferiore a quella percepita su base retributiva.
La conferma di questo disagio è che, per migliorare parzialmente questa diminuzione di retribuzione pensionistica, è stato creato il cosiddetto “Secondo Pilastro”, cioè il versamento del TFR, ovvero della cosiddetta liquidazione, in fondi che arrotonderanno la pensione INPS. Ma basteranno i due pilastri ai giovani che hanno iniziato a lavorare prima e dopo il 1996 per avere una pensione decente? Quelli che guadagnano molto potranno usufruire del Terzo Pilastro, cioè di un’assicurazione pensionistica aggiuntiva che costa notevolmente, ma saranno in pochi a poterlo fare.
Per spiegarmi meglio facciamo un esempio ipotetico ma pratico:
-         lavoratore nato nel 1961
-         inizio lavoro 1981 con retribuzione iniziale mensile lorda Lire 1.000.000 pari a € 516, cioè € 7.224 annuali
-         contribuzione pensionistica iniziale lavoratore/datore di lavoro 39% pari a € 2.817 annuale
-         al 1996 ha 15 anni di contributi dunque la sua pensione gli sarà data su base contributiva
-         supponendo che l’età pensionistica resti a 57 anni, la pensione di anzianità sarà raggiunta nel 2018
-         la sua retribuzione è nel frattempo aumentata (ha fatto carriera e guadagna oggi €35.000 e che nel 2018 sarà ancora migliorata fino a € 43.000
-         possiamo supporre che la media delle contribuzioni sia, nell’arco del periodo lavorativo sulla base di una retribuzione media di € 25.000, di € 9,750, cioè il 39%. A questa cifra occorre aggiungere gli interessi maturati pari a circa 6.500 €, che dà un totale di € 16.250
Non so se la sua pensione. INPS sarà pari alla contribuzione o una percentuale di essa, Se lo fosse al 100%, come si troverebbe il lavoratore che va in pensione e che ha un tenore di vita rapportato a € 43.000 annui, con questa reddito di € 16.250? (non ci dimentichiamo che a una certa età cominciano i piccoli-medi problemi di salute).
Il suo interesse sarà dunque quello di continuare a lavorare e versare i contributi più alti in modo da aumentare la media sulla base idi una retribuzione che forse potrà ancora aumentare rispetto a quella dei suoi 57 anni. Vi sarà il “secondo pilastro” che lo aiuterà ma potrà essere un ben piccolo aiuto.
Allora che succederà? che tutti i lavoratori tenderanno a rimandare spontaneamente l’età della pensione al più tardi possibile (anche perché a 57 anni si sentono - e si sentiranno - ancora nel pieno delle forze).
E allora non ci sarà posto per i giovani?
Sulla base di uno studio pilota su un campione significativo di grandi imprese realizzato da un Gruppo di Lavoro dell’Associazione Italiana del Change Management (www.assochange.it) di cui ho fatto parte, è emerso chiaramente che anche le aziende le quali finora hanno teso a disfarsi degli “over 50”, stanno cambiando strategia per una serie di ragioni fra le quali le più significative sono:
-         l’interesse a mantenere collaboratori esperti; e molti degli anziani lo sono
-         i giovani che si affacciano al lavoro sono pochi perché i genitori non gli hanno dato molti fratelli e sorelle
-         sono pochi quelli che hanno la cultura necessaria per lavorare in questo mercato globalizzato ove la tecnologia fa’ passi da gigante di giorno in giorno
-         per non parlare di quelli, sempre più numerosi, che si affacciano sul mercato del lavoro ad un’età sempre crescente. 
Rimarrà per lungo tempo, ma speriamo che divenga più breve, il problema della concorrenza fra giovani con poca cultura e gli extracomunitari che gli fanno concorrenza.
 
Conclusione di questa mia breve riflessione è che i problemi che riguardano l’aumento dell’età pensionabile diverranno via via meno impellenti. Ma si sa: numerosi nostri politici devono dimostrare ora ai lavoratori vicini alla pensione che fanno i loro interessi senza pensare molto ai giovani e soprattutto alla situazione generale del Paese!
Io ritengo che alla luce di questi sviluppi, dovrebbero riconoscere che l’aumento dell’età pensionabile sia una necessità inderogabile fin da subito, naturalmente con eccezioni ragionevoli (es. lavori defatiganti, ecc.).
 
Di Gennaro Aprea (del 19/04/2007 @ 19:03:00, in A) Aziende, innovazione, produttività, costi, ecc., cliccato 931 volte)
TELECOM – Privatizzazione zoppa, speculazione e ignoranza politica e mediatica
 Fonte AP
 
In questi giorni si parla molto – troppo e male – di ciò che è avvenuto e sta avvenendo in questa società che sembra sia rimasta l’unica e la più importante rappresentante dell’italianità dell’imprenditoria delle telecomunicazioni.
I miei trascorsi di consulente di direzione e organizzazione che si è occupato a fondo di cose simili in occasione di un’altra importante privatizzazione, quella dell’ENEL, mi spingono a fare anch’io alcuni commenti.
 
1)     LA RETE TELEFONICA - Sembra che tutti si siano accorti all’improvviso che la struttura e la rete di distribuzione telefonica nazionale sia rimasta in mano alla Telecom (ex Sip, ex varie società telefoniche pluriregionali); forse questo giustifica in parte il “canone”, sempre che la Telecom avesse investito nel miglioramento e nella manutenzione, cosa che non sembra sia stato fatto. Quindi è apparsa sui giornali la “grande notizia” che la rete doveva essere staccata dalla Telecom “secondo il modello inglese”, ad immagine di quanto è stato fatto da tempo in Gran Bretagna. Cosa significa questa decisione strategica? Da quando è finito il monopolio statale della telefonia, la rete è rimasta in mano e sotto il controllo della Telecom privatizzata, cioè non più appartenente alla Stato (questo intendo per privatizzazione zoppa perché la concorrenza è limitata pesantemente). Il risultato è che fino ad oggi, se un utente vuole divenire cliente di un concorrente della Telecom può farlo (mi sembra con l’eccezione di Tele 2 perché in questo caso il cliente deve prima fare un contratto con Telecom e poi passare a Tele 2); tuttavia la società concorrente fa’ un contratto con il cliente ma deve chiedere alla Telecom l’utilizzo della rete di distribuzione (cavi, centraline, ecc.) che gli viene ovviamente concessa. Però la Telecom ha sempre finora fatto il comodo suo e sollevato difficoltà (per es. io ho dovuto attendere 4 anni per avere l’ADSL e alla fine ho dovuto farlo con Alice/Telecom) ed il cliente deve attendere per avere la linea telefonica non meno di due mesi. Per farvi un paragone, quando nel 1969, dico 1969, andai a lavorare a New York e l’ufficio ebbe bisogno di due linee telefoniche in più, fu scelta una delle tante società concorrenti (non quella che le forniva le linee già istallate, perché l’offerta era migliore) e le nuove linee furono attivate in 36 ore! Bene, arrivati a questo punto vi dico che quando fu privatizzata l’ENEL, – quindi si potrebbe dire secondo il “modello italiano” derivante da un Regolamento europeo - la rete di distribuzione fu affidata ad un ente indipendente diverso dall’ENEL che si chiamava “Gestore della Rete di Trasmissione Nazionale (GRTN), oggi Terna, il quale risponde all’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas e “…gestisce i flussi di energia, i relativi dispositivi di interconnessione ed i servizi ausiliari necessari…” (DLGS 79 del 16/3/1999 su G.U. del 1/4/99). In altre parole l’Enel non aveva più alcun potere sulla rete di distribuzione (anche se all’inizio molti dirigenti erano ex Enel…) mentre invece TELECOM ha conservato il suo. Ed in effetti c’è la ferma intenzione di separare la rete in modo tale che questo nuovo gestore (probabilmente pubblico ma comunque indipendente) deciderà lui in perfetta obiettività a chi e come affidarne l’utilizzo alle varie società concorrenti. Allora come stiamo? Stiamo scoprendo l’acqua calda?
2)     I POSSIBILI ACQUIRENTI DI TELECOM – Si fa’ anche un gran parlare con critiche pesanti sul comportamento del Governo che – affermano molti personaggi e i media dell’opposizione – abbia fatto di tutto per non far vendere la Telecom agli americani di AT&T e America Movil perché la società deve rimanere italiana…. Io suppongo che gli americani, quando hanno saputo che la società che si accingevano a comprare avrebbe perso il controllo sulla rete, hanno decisoche non era più conveniente acquistarla e se ne sono andati (è notizia di oggi che forse l’AT&T ci ripensa a patto che “il governo non abbia delle interferenze). A mio parere il Governo si è espresso in maniera molto sbagliata, anche se adesso precisa che loro volevano solo auspicare che la Telecom rimanesse italiana. Forse la stesso Tronchetti Provera sapeva in anticipo dell’intenzione di liberalizzare (Bersani?) la rete e ha deciso di vendere?…Comunque una delle ragioni principali per cui molte società europee e non, ci ripensano prima di decidere un investimento in Italia, nasce dalle difficoltà e complicazioni del mercato italiano e dalla pesante burocrazia: i ben noti lacci e lacciuoli.
3)     PERDITA DELL’ITALIANITA’ - Io ho un punto di vista affatto personale che riguarda le internazionalizzazioni. Francamente preferisco che una società italiana, se deve essere venduta (o i proprietari vogliono disfarsene) rimanga nell’ambito europeo perché non mi piace il fatto che le società europee divengano di proprietà americana: ci scorgo una colonizzazione come gli amici di oltreoceano hanno già fatto nel Sud America (lo so bene per averci vissuto e lavorato). Per me una banca o una società telefonica o un’industria europea che fa’ acquisti in Italia è benvenuta soprattutto perché il loro know how manageriale è mediamente ben superiore a quello degli imprenditori italiani, molti - non tutti - dei quali sono dei pessimi imprenditori e si atteggiano ad ottimi finanzieri anche se sbagliano tutto (ricordate Romiti e Fresco alla Fiat e fate il paragone con Marchionne!). In altre parole io penso che se un tedesco o un olandese si compra un’impresa italiana non c'è niente di male, così come non vedo niente di male se un’impresa dello Stato di New York si compra un’impresa dello Stato della California o del Texas. So bene che l’Unione Europea è ancora di là da venire, ma vogliamo cominciare a pensare un po’ più europeo? E non siamo certamente noi italiani che ancora pensiamo “nazionalista”: diamo un’occhiata ai francesi…gli inglesi…,ecc. Eppure una delle società europee che ha molto successo è la BMW che fra l’altro ha concepito qualche anno fa una macchina di successo, la nuova MINI; però la fabbrica è ad Oxford in Inghilterra ed i motori sono Citroen/Peugeot. Che ne dite, non è un buon inizio di europeizzazione?
  
Scusate se sono stato molto lungo nel raccontarvi queste cose; certe volte non se ne può fare a meno.
 
 
Di Gennaro Aprea (del 15/03/2007 @ 11:50:34, in A) Aziende, innovazione, produttività, costi, ecc., cliccato 1003 volte)
RISPARMIARE ACQUA, ENERGIA, ECC.
 
Da qualche mese scienziati ed esperti ci hanno presentato un quadro terribile di ciò che potrebbe accadere al nostro pianeta se non cambieremo le nostre abitudini di consumo che contribuiscono in maniera pesante alla sua distruzione per un cumulo di motivi. I politici si sono giustamente accodati; perfino uno come George W. Bush che ha sempre rifiutato di firmare gli accordi di Kioto ci sta ripensando. Recentemente la Signora Angela Merkel, Premier tedesco, ha detto che si farà promotrice del piano per diminuire del 20% i gas serra, così come indicato a livello centrale europeo, entro il 2020. Insomma siamo bombardati da queste notizie….
Ma noi cosa facciamo?
Da lunghi anni io mi interesso di ambiente, di risparmio energetico, di selezione dei rifiuti solidi urbani, di risparmio di acqua. Ho cercato di trasmettere questo mio interesse alle persone che frequento e che incontro, e finora la reazione quasi sempre è stata di disinteresse o di alzata di spalle o addirittura contraria….”ma non rompere!..”. Eppure ciò che ho fatto ha mi dato il risultato di spendere meno, anche nelle piccole cose; e negli anni queste piccole somme addizionate le une alle altre, sono diventate grandi somme.
Quando feci costruire nel 1981-82  la casa dove abito, era da poco (1979) uscita una legge che imponeva dei parametri minimi di coibentazione per le nuove costruzioni (ciò che comportava fra l’altro per esempio l’obbligatorietà dei doppi vetri). Parlando con l’architetto che mi doveva fare il progetto gli dissi: “Cerca di non prevedere aperture sul lato nord e quelle che sarà necessario creare dovranno avere dimensioni minori (le finestre) rispetto a quelle del lato sud. Prendi i parametri di coibentazione di legge e raddoppiali, ecc.”
Il risultato è stato che il consumo di gas per il riscaldamento invernale della mia casa è sempre stato inferiore di un terzo rispetto a quello delle case di due miei amici e vicini che hanno costruito insieme a me, nonostante la volumetria della loro casa sia inferiore a quella della mia di un buon 15-20%. In definitiva ho risparmiato fior di quattrini nel consumo di gas, anche perché feci istallare dei pannelli solari per l’acqua calda.
Nell’articolo che ho scritto sulla Sezione “Rodano” sui rifiuti e la raccolta differenziata, ho già raccontato il risparmio del 40% sulla tassa RSU. E’ istruttivo e vi consiglio di dargli un’occhiata.
Da anni ho istallato a casa molte lampade a risparmio energetico; da più di un anno, dato che l’ENEL mi ha messo il contatore elettronico, ho il nuovo contratto bi-orario che mi permette di risparmiare dal 3 all’8% sui consumi elettrici totali utilizzando le apparecchiature ad alto consumo dalle 20 alle 7 e durante gli interi fine settimana e le feste comandate. Infatti la lavatrice è usata solo la domenica, la lavastoviglie (che come è noto fa’ risparmiare il 50% di acqua ed il 40 % di energia rispetto al lavaggio a mano) è messa in funzione solo la sera dopo cena, ecc.
Cerco di non lasciare mai le luci accese nei vani vuoti di persone.
In giardino feci istallare un serbatoio interrato di 4 mc. che raccoglie le acque piovane del tetto. Quest’acqua mi serve (in parte) per innaffiare, così risparmio acqua per l’ambiente risparmiando al contempo sul consumo.
Per il riscaldamento, da quando ho messo un termostato programmato per tutti i giorni della settimana (limito il calore a 15 gradi per la notte, 20,5° dalla ore 6 alle 9, 19 gradi dalle 9 alle 18, poi ancora 20,5 gradi fino alle 24) il risultato è che, nonostante l’aumento del prezzo del metano del 14% negli anni 2005-2006, la fattura è diminuita del 10%!
Ho anche 2 camini in casa di cui uno è un camino-caldaia nel senso che fa’ riscaldare i radiatori.
E infine vi racconto un’ultima cosa sulla quale forse vi farete un sorriso di compatimento… ma è anche possibile che la leggiate con interesse!. Da molto tempo ciò che vi sto per dire è diventato un mio comportamento abituale.
In Italia siamo più di 57 milioni di abitanti. A parte i neonati, tutti ci laviamo i denti due volte al giorno salvo pochissime eccezioni. Credo che, escludendo alcuni “matti” come me, tutti aprono il rubinetto e lo tengono aperto durante il tempo del lavaggio che non è inferiore a 3 minuti. Le mamme che fanno lavare i denti ai loro bambini li tengono certamente più di 3 minuti anche perché per tenerli buoni spesso li fanno giocare con l’acqua.
Sapete quanta acqua scorre in 3 minuti? In media 3 litri.
Se supponiamo quindi che gli italiani si lavino i denti 2 volte al giorno (la mattina e la sera) il consumo di acqua è di 6 litri che moltiplicato per 55 milioni fa’ 330 milioni di litri.
Se tutti si comportassero come me e pochi altri, potremmo diminuire questo consumo del quantitativo irrisorio per bagnare lo spazzolino inizialmente; poi si chiude subito il rubinetto riaprendolo solo a fine operazione per sciacquare la bocca e lo spazzolino; in tutto diciamo che il consumo totale è di ½ litro invece di 3 litri: Totale consumo corretto 55 milioni (2 volte al giorno quindi 1litro) cioè il 17% del consumo calcolato se si lascia sempre aperto il rubinetto!
Questi risparmi di acqua possono essere fatti anche facendo più docce e meno bagni, lavando con la lavastoviglie invece che a mano, ecc.
Ed il risultato finale è che risparmiamo anche sulla spesa!
Dovremmo meditare seriamente su queste cose, seppure apparentemente insignificanti, e cambiare approccio e comportamenti. Aiuteremo noi stessi, i nostri figli e nipoti.
 
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