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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Gennaro Aprea (del 22/10/2013 @ 19:04:44, in F) Questa è l'Italia, cliccato 526 volte)
 
TALK SHOW, CHE BEATITUDINE !
Più volte ho parlato male delle abitudini e comportamenti degli italiani e della scarsa professionalità ed informazione delle persone che partecipano ai cosiddetti “talk show”, che a me piacerebbe chiamare “discussioni aperte” anche se mi rendo conto che è più breve e semplice la dizione inglese, una delle tante di cui abusiamo.
Domenica scorsa ho assistito ad una di queste discussioni che si chiama “L’Arena” condotta da Massimo Giletti. Abitualmente evito l’ascolto e la visione di queste arene, giusta definizione nella maggior parte dei casi perché sembra di stare al Colosseo e vedere – senza poter mettere il pollice verso – a scontri di gladiatori, spesso mediocri. Però il soggetto su sui discutere era molto interessante: la nuova tassa TRISE (tassa sui rifiuti e servizi) che si divide in due sotto-tasse, la TARI e la TASI; la “I” finale sembra significhi indispensabili.
I gladiatori erano numerosi, fra gli altri un gentile signora economista; tuttavia la prima impressione è che, la maggior parte di loro, politici l’un contro l’altro armati, ne sapevano poco, in parte giustificati dal fatto che i dettagli su queste tasse erano e sono tuttora relativamente non definiti. Quindi si sono messi a parlare, spesso a vanvera, facendo la comparazione fra l’IMU e la TRISE con il risultato che alla fine il discorso per gli ascoltatori non è stato affatto chiaro.
Il primo sbaglio, o meglio, la prima mancanza è stata quella di non aver precisato la differenza concettuale e giuridica che avrebbe facilitato la comprensione, cioè fra la TASSA (TrIse) e l’IMPOSTA (Imu).Tutti confondevano le due dizioni ma la maggior parte dei gladiatori usava solo la parola tassa, copiando la “tax” anglosassone che non fa differenza rispetto alla migliore precisione giuridica dei nostri codici (salvo per l’imposta doganale che chiamano “duty”).
Ebbene per una migliore comprensione di come e perché lo Stato impone questi prelievi alle persone fisiche e giuridiche, è utile precisare che la TASSA è un prelievo monetario in corresponsione di un SERVIZIO, mentre l’IMPOSTA lo è un prelievo sul reddito che comprende anche il patrimonio. Ovviamente, non discuto sulla giustezza e sull’ammontare di questi prelievi, ma essi sono necessari a qualsiasi Stato per la sua struttura e organizzazione (in Italia decisamente da mediocre a pessima a causa di incompetenza, corruzione, sperperi, “amici degli amici”, ecc.)
E’ facile fare degli esempi di tasse più o meno giuste:
-          tassa per raccolta rifiuti
-          tassa di proprietà autoveicoli
-          tassa utilizzo di spazi pubblici
-          ecc.
e di imposte, sempre più o meno giuste nell’ammontare del prelievo
      - Irpef : sui redditi delle persone fisiche
      - Irap : regionale sulle attività produttive
      - Ires: imposta sui redditi delle società
      - Imu : imposta municipale
      - Imposta sui redditi finanziari
      - ecc.
In effetti l’IMU è/era un’imposta un po’ spuria, nel senso che una parte del ricavato andava allo Stato – quindi non solo municipale - e un’altra ai Comuni che ne avevano bisogno per erogare servizi ai loro cittadini.
Allora, non sappiamo ancora quale sarà la destinazione del ricavato di queste nuove tasse; la TARI dovrebbe andare ai Comuni, questa volta non solo sulla base dei metri quadri dell’abitazione ma tenendo conto anche del numero dei componenti familiari; mentre non si sa se la TASI andrà in parte allo Stato e l’altra parte ai Comuni a fronte dell’erogazione di servizi (quali sono gli indispensabili?), ecc.
In conclusione i partecipanti-gladiatori del’Arena non hanno chiarito assolutamente la parte più importante, la destinazione e l’ammontare del prelievo..
A proposito, i partecipanti, come quasi sempre succede in tutte le altre arene, (esempio di "quasi": le discussioni in un "mercato" palermitano) si danno continuamente sulla voce alzando il volume ed il tono (alcune volte addirittura in tre contemporaneamente) con il risultato che più di metà di ciò che dicono è incomprensibile. E i conduttori che fanno? Li lasciano fare, non li interrompono (anzi alcuni interrompono loro stessi senza lasciar finire chi parla): in definitiva, la confusione generale. Ciò, a mio parere, abituato ad altri talk show anglosassoni e di altre nazioni, è la ragione per cui cambio spesso canale quando ci sono questi programmi.
 
Forse sono io ad essere sbagliato perché agli italiani piacciono questi “casini”, ma spesso si tratta di semplice maleducazione sempre più dominante nei rapporti fra le persone.
Massimo Giletti? Ha fatto ciò che poteva mostrando molta buona volontà, allargando le braccia con le mani verso il basso con piccoli movimenti oscillanti, come per dire: “calma ragazze/ragazzi”….: troppo poco, e pressoché senza seguito.
 
Servirebbe una forte iniziale premessa in ogni “discussione” in cui il conduttore avvisa i presenti che “è proibito interrompere il discorso di uno che parla”, pena un primo preavviso di richiamo, seguito dalla chiusura del microfono di chi interrompe la seconda volta (cartellino giallo) o addirittura l’allontanamento dal talk show (cartellino rosso) per il recidivo. Ognuno dovrebbe annotarsi i punti salienti della persona sui quali vuole intervenire per contraddirlo e rispondere successivamente "come si deve" e vuole.
Forse i gladiatori diventerebbero delle persone normali e gli ascoltatori potrebbero seguire meglio la trasmissione/discussione.
 
Di Gennaro Aprea (del 18/10/2013 @ 15:44:51, in F) Questa è l'Italia, cliccato 380 volte)
L’ITALIA E’ CAMBIATA?....OPPURE NO?
 
Oggi mi è arrivato un messaggio da Claudio Farinati, Presidente dell’Associazione culturale “IL FONTANILE” di Rodano che riporto al 100% con il suo permesso. Mi ha detto che ciò che state per leggere l’ha trovato in un vecchio libro di sua nonna.
Ecco l’estratto emblematico.
 
I quattro imputati stettero in carcere ben due anni e mezzo, aspettando il processo; termine eccessivo e scandaloso in sé, ma purtroppo non anormale pur che si rifletta all’indecoroso costume italiano in proposito; dagli italiani si giunge in tale materia al punto che, talvolta, un giudicabile ha già scontato per via preventiva, all’atto di comparire davanti il magistrato, più del tempo massimo di pena compatibile col titolo del reato ascrittogli: sconcio enorme, di cui non si ha pari esempio in verun altro paese civile; in Germania, non è guari, in meno di due mesi dal fatto seguì il giudizio per doppio omicidio contro …..
…… giacché, eziandio in proposito, risulta incivile e addirittura antisociale il costume italiano; in Italia, non tanto di rado, il dibattimento si protrae per mesi e mesi e poi si cassa il verdetto e si torna daccapo, dando spettacolo di baldorie, di accademie, e servendo interessi malsani coreografici o anche a interessi commerciali o industriali anzi che alla causa della Giustizia …. e accollando gravissimi danni a innocenti, imputati talora di nefandi delitti, senza che lo stato, ed è vergognoso, vegli a risarcire quel detrimento ….
Ben tredici avvocati: e qua pure si tratta d’un torto specificamente italiano … e testé nel nuovo codice di procedura penale … si pose un argine (non più di due difensori) …. e non è guari, il presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avocati di Milano … si lascò andare a dichiarare <>.
La moda del <> non si può dire nemmeno neolatina bensì ahimè prettamente italiana, giacché pur in Francia – e noi la scimmieggiamo tanto volentieri – di solito, e anche nei dibattimenti più gravi, l’oratore di difesa è uno solo, e brevemente parla: e in Germania è di regola è di regola uno solo …. e quasi sempre il difensore, … non parla oltre mezz’ora; conforme a quanto si pratica pur, e da tanto tempo, negli stati scandinavi.
…. E’ costume pletorico e si sanziona fra l’altro una trista diseguaglianza tra ricchi e poveri, corrispondente all’abito di retorica da cui dobbiamo guardarci come da una delle più frequenti fragilità nostre …
 
Da “Le anime criminali”, di Gino Bertolini, stampato nel settembre 1914.
Avete letto bene: un secolo fa.
 
Allora, con questi precedenti, noi italiani riusciremo mai a cambiare, nonostante l’Europa?
Ho paura di essere pessImista
 
 
Di Gennaro Aprea (del 09/10/2013 @ 11:23:04, in F) Questa è l'Italia, cliccato 461 volte)

SEGUITO ARTICOLO MICHELE SERRA

Non sono riuscito, per mia mancanza di conoscenza tecnologica e dopo numerosi tentativi, a inserirlo alla fine dello stesso articolo di Michele Serra, che considero un monumento. E' apparso su La Repubblica di lunedì 7 ottobre. L'ho riportato quindi in un articolo separato perché sono certo che alcuni di voi non l'abbiano notato o non leggono questo quotidiano. Personalmente considero che i miei punti di vista ed i relativi comportamenti nella mia vita siano esattamente gli stessi di quelli che Michele pensa debbano essere patrimonio comportamentale di noi italiani.

Nel 1957 ero molto giovane e sono andato a lavorare in Nigeria quando questo paese era ancora una colonia inglese. Gli italiani non erano ancora come quelli descritti da Serra però in tutti gli atti collettivi in quel paese c’era qualcosa che non conoscevo nei comportamenti di noi italiani in quegli anni. Quindi ho avuto il cosiddetto “imprinting” inglese. Avete presente gli inglesi in fila? Uno dietro l’altro e nessuno che cerca di infilarsi o di affiancarsi. Ovviamente anche i nativi si comportavano così perché avevano imparato a scuola o dagli inglesi in tutti i luoghi pubblici. Ma non basta; nel 1975 sono andato a lavorare in Brasile nel periodo della dittatura dei militari. La prima volta che presi l’aereo/“shuttle” da Rio a San Paulo nel vecchio aeroporto dove ci si avvicinava a piedi all’aereo uscendo dal “gate”, trovai la fila ordinatissima uno per uno: era “merito” – si fa per dire – del regime politico? forse una sua volontà di dimostrazione propagandistica di un regime serio, però ancora è così. Avete invece presente gli italiani in circostanze analoghe? Condivido il 100% delle giuste critiche di Serra, da Roma (dove ho vissuto da giovane 15 anni della mia vita e quando ci torno mi deprimo come lui) ai cori tribali dello stadio e gli applausi della gente ai funerali, ecc.. Ma aver vissuto e viaggiato in tanti paesi esteri mi fa venire l’idiosincrasia delle persone che vivono così, più di quelli che conoscono meno i paesi più civili del nostro.

 

PS - C'è un'altra cattiva abitudine alla quale Michele Serra non ha accennato. All'inizio di ogni convegno è invalsa da anni l'abitudine del quarto d'ora accademico (di origine professorale/universitaria), che diventa spesso mezz'ora o tre quarti d'ora o anche più. Ai "professori" si aggiungono inoltre i politici i quali contribuiscono ai ritardi dell'inizio. In più chi è chiamato a parlare non rispetta quasi mai il tempo accordatogli/le, né il/la coordinatore/trice non lo riprende e non gli fa notare il ritardo. Risultato: i convegni finiscono sempre in tardo rispetto all'orario previsto; vi sono pochissime eccezioni che confermano l'abitudine ad essere irrispettosi dei partecipanti.

Ho assistito a decine di convegni in numerosi paesi esteri. Se vi sono dei ritardi di 5-10 minuti (mai di più) i coordinatori o gli "speakers" si scusano con la platea. Perché non facciamo uno sforzo per imitarli?: faremmo anche una migliore figura nei confronti di stranieri che assistono sempre più numerosi ai nostri convegni.

 

 
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