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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Gennaro Aprea (del 29/10/2018 @ 19:00:32, in L) Zero-carbonio, cliccato 21 volte)

 

L'ARDUA IMPRESA DI CONTENERE IL RISCALDAMENTO GLOBALE A 1.5°C

L'articolo che segue è stato da me riportato integralmente dalla Newsletter di QualEnergia. Vorrei sottolineare che i nostri "decisori" non ne hanno parlato nonostante l'importanza dell'argomento: a parte le discussioni con la Commissione Europea, sono troppo presi dalla campagna elettorale del 2019). 

E non mi risulta che i media l'abbiano trattato come necessario salvo la trasmissione "Leonardo" su RAI 3.

Ed ecco il testo:

Redazione QualEnergia.it

Pubblicato il rapporto speciale dell’organo scientifico dell’ONU che studia i cambiamenti climatici. Sarebbe necessario ridurre le emissioni nette di CO2 del 45% in appena 12 anni per poi azzerarle entro metà secolo.

 

 

  

Limitare il surriscaldamento globale a 1,5 gradi entro la fine del secolo, rispetto alle temperature medie registrate nell’età preindustriale, richiederà una trasformazione “senza precedenti, rapida e su vasta scala” della società umana così come la conosciamo oggi.

Questo messaggio è il succo del rapporto speciale appena pubblicato dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, l’organo dell’ONU che studia i cambiamenti climatici).

Il documento servirà come base scientifica per la prossima conferenza delle Nazioni Unite sul clima, che si terrà a Katowice, in Polonia, a dicembre.

Sul tavolo dei negoziati ci saranno di nuovo gli obiettivi stabiliti dagli accordi di Parigi nel 2015: contenere il global warming ben sotto 2 gradi entro il 2100, in modo da evitare le conseguenze più devastanti dei rischi climatici, che già stanno facendo sentire la loro influenza sugli ecosistemi del nostro Pianeta.

I paesi di tutto il mondo saranno pronti ad accettare una sfida di così ampia portata?

Gli scienziati dell’IPCC ricordano, per prima cosa, che mezzo grado potrebbe fare una enorme differenza: in una Terra più calda in media di 1,5 gradi, ad esempio, il livello dei mari dovrebbe innalzarsi di parecchi centimetri in meno, rispetto a quello che dovrebbe succedere con un riscaldamento maggiore.

Allo stesso tempo, i ghiacci artici dovrebbero sciogliersi con minore intensità.

E così via: gli eventi climatici estremi (ondate di calore, siccità, alluvioni), con ogni probabilità, lascerebbero all’uomo, alle piante e agli animali maggiore spazio per adattarsi a un clima differente ma “sopportabile”.

Tuttavia, si legge nel rapporto, i modelli climatici mostrano che per contenere l’incremento medio delle temperature a 1,5 gradi senza sforare questa soglia, bisognerà ridurre drasticamente le emissioni di gas-serra in tutti i settori, dalla produzione di energia ai trasporti, passando per l’agricoltura, le città, le industrie.

Difatti, le emissioni nette antropogeniche (cioè causate dalle attività umane) di CO2 dovranno diminuire del 45% circa entro il 2030, in confronto ai valori del 2010, per poi scendere a zero intorno al 2050.

Invece, prosegue il documento, per avere il 66% di probabilità di stare sui 2 gradi di riscaldamento, le emissioni nette di anidride carbonica dovranno scendere del 20% circa nei prossimi dodici anni, azzerandosi intorno al 2075.

Tutti gli scenari che bloccano l’aumento delle temperature a un grado e mezzo, però, prevedono che sarà indispensabile rimuovere miliardi di tonnellate di CO2 dall’atmosfera utilizzando vari sistemi per “ripulire” o sequestrare (CDR, Carbon Dioxide Removal).

Queste soluzioni (molto controverse: vedi anche QualEnergia.it) sarebbero necessarie per compensare le emissioni antropogeniche residue e ottenere così un bilancio netto negativo di CO2, dove l’anidride carbonica rimossa dall’ambiente sarà più di quella che vi è stata complessivamente rilasciata.

Entrerebbero in gioco, quindi, tecnologie come il CCS (Carbon Capture and Storage) che consentono di catturare e immagazzinare la CO2 degli impianti industriali, anche abbinate alle bioenergie (BECCS, Bioenergy with CCS).

Tutti sistemi, però, che comportano un elevato margine d’incertezza: nessuno, al momento, è in grado di sapere se potranno funzionare. Per approfondire questo tema vedi QualEnergia.it: Perché geoingegneria e CCS non salveranno il Pianeta

 I primi commenti

Il climatologo Vincenzo Ferrara ha definito il rapporto dell’IPCC come “una specie di libro dei sogni”. Ridurre le emissioni del 45% nel 2030 sembra irrealizzabile, sostiene Ferrara, mentre l’obiettivo del -20% potrebbe essere più a portata di mano.

Poiché, infatti, le emissioni globali negli ultimi 200 anni sono sempre aumentate, senza mai fermarsi dall’inizio dell’epoca industriale a oggi, chiarisce il climatologo (neretti nostri), “pensare a una riduzione del 20% in soli 12 anni è ancora una fantasia da libro dei sogni, ma se ci si sforza un po’ (un po’ tanto) per eliminare i combustibili fossili e azzerare i sussidi che vengono elargiti […], forse potrebbe essere un obiettivo quasi fattibile o quanto meno ipotizzabile come verosimile”.

Anche Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club, evidenzia quanto sia “allarmato” il messaggio dell’IPCC.

Tra l’altro, proprio in questi giorni è uscita la notizia che la Cina stia realizzando centinaia di GW di nuove centrali fossili molto inquinanti, contrariamente a quanto aveva stabilito il governo nell’ultimo piano economico quinquennale (vedi QualEnergia.it: Le bugie della Cina sul carbone: oltre 250 GW di nuovi impianti in costruzione). Per non parlare delle “opportunità” che offrirà il possibile scioglimento dei ghiacci artici (aprendo il cosiddetto passaggio a nord ovest) per la coltivazione di giacimenti di petrolio e gas.

“Il mondo politico, quello imprenditoriale e finanziario dovranno avviare una profonda rivisitazione degli attuali obiettivi e delle strategie economiche”, afferma allora Silvestrini, richiamando l’importanza della prossima conferenza ONU in Polonia.

Il documento dell’IPCC ricorda che gli attuali impegni dei singoli stati contro i cambiamenti climatici sono ancora troppo blandi e lenti. E molti dubbi ci sono su una possibile svolta nelle trattative mondiali nella prossima in Polonia, che ricordiamo è la numero 24!

 Lintero report “Global Warming of 1.5 °C” in inglese è disponibile

 

 
Di Gennaro Aprea (del 18/10/2018 @ 16:48:11, in L) Zero-carbonio, cliccato 19 volte)
Climate Change is Hopeless. Let's Do It
It begins with how we live our lives every moment of every day.
 
Il cambiamento del clima è senza speranza (di miglioramento). Agiamo!
Si comincia da come viviamo le nostre vite in ogni momento di ogni giorno.
 
Questo articolo è stato scritto da Auden Schendler, imprenditore e attivista del clima, e da Andrew P. Jones che crea simulazioni del clima per l'organizzazione "Climate Interactive".
E' apparso sul The New York Times il 13 ottobre 2018.
Traduzione di G. Aprea
 
Lunedì prossimo i più importanti scienziati nel mondo produrranno un rapporto su come proteggere la civiltà mondiale limitando il riscaldamento globale a non più di 1,5°C. Sulla base dell'aumento medio globale già in atto (+1°C rispetto alle temperature pre-industriali, n.d.t.) questo traguardo è il 50% più difficile dell'obiettivo attuale di 2°C, sul quale già numerosi scienziati erano scettici sulla possibilità di raggiungerlo.
Siamo sulla strada di pensare veramente a volerlo, e persino a pensarlo.
Il mondo dovrebbe ridurre le emissioni di gas serra molto più rapidamente di quanto finora abbia fatto, e realizzarlo dappertutto, per i prossimi 50 anni. Negli anni 70 gli stati del Nord Europa hanno ridotto le emissioni fra il 4 ed il 5% all'anno. Abbiamo bisogno di riduzioni fra il 6 ed il 9%, ogni anno, in ogni paese, per il prossimo mezzo secolo.
Dobbiamo diffondere le migliori pratiche climatiche globalmente - come in Norvegia i veicoli elettrici, l'efficienza energetica in California, la protezione del territorio in Costa Rica, la potenza elettrica del sole e del vento in Cina, il vegetarianismo in India (1), l'uso delle biciclette nei Paesi Bassi.
Dobbiamo però fronteggiare l'opposizione in ogni maniera. Per ottenere (un aumento massimo di) 1,5°C, è necessario lasciare il massimo del carbone, petrolio e gas rimasti sotto terra, costringendo le società Exxon Mobil, Saudi Aramco, ecc. a dimenticare i redditi di 33.000 miliardi di US dollari nei prossimi 25 anni.
 
Sottolineiamo comunque che, mentre l'aria diverrebbe immediatamente più pulita e le persone più in salute, gli impatti del cambiamento del clima sugli infarti, i diluvi su Londra, New York e Shangai, così come a Mumbai India, Hanoi Vietnam, Alessandria Egitto e Jakarta Indonesia - giusto per evidenziare queste conseguenze - continuereb- bero per decenni, nonostante la diminuzione delle emissioni, a causa delle emissioni di gas serra di "lunga vita" da noi prodotte e già esistenti nell'atmosfera.
Certamente qualche titolo di notizie ciniche di alcune testate seguiranno il rapporto, come per esempio: "Gli scienziati sono d'accordo - Siamo cotti". Gli scrittori dei titoli potrebbero anche avere un pensiero: "risolvere il problema del clima sarà più difficile e più improbabile, di vincere cose come la Seconda Guerra Mondiale, ottenere tutti i diritti civili, distruzione di tutte le infezioni batteriche, mandare un uomo sulla luna. Tutte queste cose realizzate contemporaneamente.
 
Opinioni informate e veritiere sulla stampa di ogni giorno sono vitali.
Come facciamo ad impegnarci in un possibile - ma non probabile - grande sforzo vincente con un sistema attrezzato contro una grande scommessa della quali non vedremo il risultato finale? Se la specie umana si specializza in una cosa, affronta l'impossibile.
 
Siamo costituzionalmente equipaggiati per capire la situazione; siamo, dopo tutto, mortali, quindi la nostra intera esistenza è una battaglia contro l'inevitabile fine.
Abbiamo anche esperienze: le brutte esperienze che abbiamo affrontato negli anni ci sono sembrate insormontabili: la peste nera (XIV e XVII secolo) uccise un terzo degli europei; la seconda Guerra Mondiale vanta 50 milioni di vittime, ne siamo usciti in un certo modo........
 
Abbiamo speso il nostro tempo di Homo Sapiens combattendo, ciò che John R.R. Tolkien (2) ha chiamato "la lunga sconfitta".
 
1 - 15.000 litri di acqua per produrre un kg di carne
2  - scrittore e grande linguista inglese
 
A questo punto vorrei fare alcuni commenti sul contenuto di questo articolo. A mio parere i due autori sono riusciti in una pagina a mettere in piena luce l'importanza e l'urgenza della assoluta necessità da parte di tutti noi di divenire immediatamente consapevoli della gravità della situazione del pianeta e di comportarci di conseguenza. I loro esempi e comparazioni sono delle perfette e incisive fotografie che riescono a farci pensare seriamente.
Purtroppo nel mondo, salvo appunto quegli esempi, solo in pochi paesi vi è la consapevolezza necessaria da parte di tutta la gente comune e soprattutto di chi dovrebbe prendere le decisioni necessarie per cambiare la situazione.
Le ragioni? Secondo me, da una parte gli scienziati e gli esperti parlano solo fra di loro in maniera molto tecnica, quindi non comprensibile ai più; dall'altra non hanno la capacità di influenzare i "decisori" che governano; la maggioranza di questi non si rende conto della situazione perché incompetenti e spesso anche "interessati" a non disturbare le multinazionali dell'energia, anche per ottenere maggior successo personale, sminuendo o negando la pericolosità della situazione.
 
In Italia queste realtà sono particolarmente negative: ve li immaginate i nostri decisori - non dico imporre ma neanche accennare - all'ENI, che devono smettere di ricercare ed estrarre petrolio e gas naturale e lasciare queste fonti di energie fossili nel sottosuolo? e di cambiare mestiere investendo ed operando al 100% nelle energie rinnovabili?
Alcune società e decisori britannici e americani lo stanno facendo o hanno deciso di farlo.
Ve lo immaginate i nostri governanti comportarsi nella stessa maniera dicendo ai proprietari delle centrali elettriche, ENEL compresa, di sostituire subito il carbone per produrre elettricità con il gas provvisoriamente e investire subito nelle rinnovabili? Invece è stato deciso di interrompere l'uso del carbone solo nel 2025 ! Se avete voglia e tempo date un'occhiata alla Strategia Energetica Nazionale...
Nel mondo vi sono alcune realtà associative che organizzano frequentemente in molti paesi contemporaneamente giornate di informazione e di protesta riunendo migliaia di persone nelle piazze che sfilano nelle strade per informare trascinando la popolazione, e far sentire ai governi l'importanza di cambiare immediatamente la politica energetica per interrompere l'emissioni di gas serra e di inquinanti, salvare la natura, fauna e flora, ecc. (Greenpeace, 350.org, Fondation Good Planet, Global Footprint Netwok, Life Gate, ecc.).
 
In Italia Legambiente è la migliore associazione ambientalista ma non organizza iniziative simili; solo convegni cui partecipano soprattutto gli addetti ai lavori e pochissimi cittadini comuni. Idem per le Università; insomma non c'è in Italia la partecipazione dei cittadini, salvo sporadiche apparizioni. Fra i fornitori di notizie sui problemi ambientali è necessario  elogiare QualEnergia e Life Gate più altri numerosi in Italia e all'estero.
Non parliamo dei comportamenti di alcuni importanti governanti attuali che denotano profonda ignoranza.
"...Il vicepremier Matteo Salvini ha espresso... una delle sue analisi profonde: 'Cos'è il migrante climatico? Se uno in inverno ha freddo e in estate ha caldo, migra? Il migrante è anche uno di Milano a cui non piace la nebbia?'
(copyright L'Espresso14/10/2018 -  Antonio Botta "I tifoni, la nebbia e Salvini"
 
Devo ammettere che da circa 2 anni a questa parte l'opinione pubblica è stata toccata dai media positivamente su questi argomenti. Ma non basta: l'informazione al pubblico deve essere sempre più stringente, frequente e convincente.
Diamoci da fare!
 
Di Gennaro Aprea (del 09/09/2018 @ 19:42:59, in L) Zero-carbonio, cliccato 27 volte)
COSA FACCIAMO PER L'INVASIONE DELLA PLASTICA ?
 
Franco Borgogno, ottimo giornalista scientifico, ha scattato una serie di foto durante l'ultimo viaggio dell'European Research Institute al Polo Nord (1) (81° lat. N il 7-25 luglio 2018) nelle quali appaiono numerosi oggetti o frammenti di plastica con i quali giocavano alcuni uccelli marini. Ne ha contati 150 contro i 31 avvistati nel 2012.
 
Alcuni di voi le avranno viste (molti, spero) e la scoperta è impressionante perché tutti noi siamo portati a ritenere che l'oceano del Polo Nord sia il mare più pulito del mondo abitato solo da fauna e uccelli marini. 
 
In effetti dall'inizio di quest'anno si parla molto di plastica rispetto al passato e dei danni che provoca al pianeta l'uso sconsiderato che ne facciamo. Ma non è solo colpa nostra in quanto cattivi utilizzatori: dietro la parola plastica vi sono enormi interessi di un'industria mondiale che la produce e che non ha alcuna intenzione di ritirarsi in pensione, o meglio di cambiare mestiere. La loro strategia di marketing è quella di spingerci ad usare sempre di più i prodotti di plastica; non solo, ma a rendere difficile la raccolta differenziata per il riciclo ed il ri-uso.
Insieme all'industria vi sono anche molti esempi di governanti incompetenti o disinteressati o addirittura collusi.
 
Persino i dati statistici sono spesso non chiari, contraddittori o non aggiornati. Comunque ve ne do alcuni per darvi un'idea di "quanto" parliamo.
 
Mondo
- dagli anni 50 del secolo scorso ad oggi la produzione totale delle numerose
  materie plastiche di base è stata di 8,3 miliardi di tonnellate (ultimi dati
  disponibili 2016)
- ne abbiamo buttato in natura 6,3 miliardi, cioè il 79% (cioè discariche
  e ambienti naturali)  il 12% incenerito (producendo  inquinamento
  atmosferico) e solo il 9%   riciclato
- ogni anno sono prodotti 310 milioni di t. (dati al 2014); alcuni dati
  parlano di 335 milioni al 2016
- nel 1974 il consumo annuo globale pro capite di plastica era 2 kg;
  oggi siamo a 43 kg
 
Europa (UE 28 + Norvegia e Svizzera)
- produzione: 60 milioni di t. nel 2016
- consumo 49,9 milioni t., il resto esportato
- raccolta di rifiuti plastici per riciclo: 11.3 milioni t. (18,8%) per
  recupero energetico di cui 8,4 milioni per via meccanica, cioè
  producendo nuovi oggetti, ma solo una parte riciclata in
  Europa (37%) mentre il resto è stato esportato e riciclato
  all'estero, prevalentemente in Asia
 
Italia
- produzione: 5,81milioni t. (2017) di cui circa il 27% esportato
- riciclo: 26% del totale
 
Come si può notare, il riciclo in Italia è fra i migliori in Europa e nel mondo. Tuttavia in generale siamo ancora molto lontani dall'ottimo perché la maggior parte della plastica è tuttora lungi dalla sua separazione ottimale. A parte i numeri, la maggior parte di essa finisce insieme ad altri rifiuti in discarica e in parte minore negli inceneritori.
E' importante sottolineare che in Germania, Austria, Svezia e Danimarca le discariche sono proibite.
In effetti, nonostante la raccolta differenziata si sia sviluppata notevolmente, specialmente in Europa, i rifiuti della plastica ed il loro derivante inquinamento della natura sono tuttora eccessivi e si sono estesi alle acque marine ed interne. Tutti siamo al corrente delle numerose ed enormi isole di rifiuti di plastica che galleggiano nell'oceano Pacifico ed in altri mari nel mondo.
 
Non solo, in una ricerca dell'Università delle Hawaii è stato accertato che la plastica esposta al sole si degrada producendo due noti gas serra, il metano e l'etilene; inoltre tutti noi ormai sappiamo che i pesci ingeriscono micro particelle di plastica che entrano nel nostro organismo quando diventano nostro cibo abituale.
E' quindi necessario modificare senza ulteriori ritardi la politica produttiva mondiale nel senso di diminuire drasticamente la produzione di oggetti di plastica e recuperare i rifiuti esistenti e futuri con tutte le tecniche possibili e disponibili.
Se ciò non si realizzasse e si continuasse la lenta politica di miglioramento attuale, la plastica potrebbe raggiungere i 34 miliardi di tonnellate nel 2050 di cui almeno 12 costituirebbero rifiuti sparsi in tutto il pianeta.
Il risultato di uno studio del CNR ha dimostrato che in ogni km quadrato di alcuni mari italiani ne esistono circa 10 kg, in particolare nel Tirreno settentrionale, intorno alle Isole compresa la Corsica e le coste pugliesi. Questi valori sono maggiori di quelli corrispondenti alle famose isole di plastica nell'oceano Pacifico, di cui una grande 3 volte la Francia
 
Come già accennato, i vari tipi di plastica attuali che si degradano in circa 500 anni, possono essere sostituiti, invece delle attuali materie prime costituenti su base petrolchimica (es. polimerizzazione dell'etilene, propilene, ecc.) da altre materie prime, come alcune alghe ,vari tipi di vegetali e persino scarti di cucina, i quali riescono ad auto-degradarsi in circa 2 anni o poco più. La ricerca in questo senso è in stadi avanzati.
 
Un'altra ricerca dell'Università dell'Illinois è già riuscita a far degradare la plastica mediante un processo che indebolisce i polimeri colorandoli in giallo e colpendoli con raggi UV che "strappa" gli elettroni e rompe il circolo con la conseguente instabilità. Ad oggi non si conosce ancora il costo di questo processo su larga scala.
 
La ricerca continua in tutto il mondo avanzato: la più recente è quella di un'azienda svizzera che riesce a produrre 900 kg di kerosene (combustibile per aerei a reazione) e diesel da una tonnellata di plastica leggera (bottiglie e sacchetti) mediante un processo di pirolisi. Meglio questa soluzione - che comunque vale solo per una transizione di medio periodo in favore dell'energia elettrica, dato che la combustione del carburante ottenuto produce comunque gas serra - che i rifiuti di plastica non degradabili.
 
E' recente la notizia che in Francia il governo ha deciso di favorire il riciclo della plastica delle bottiglie mono uso stabilendo un prezzo superiore (di almeno il 10%) rispetto a quelle nuove, cioè non riciclate. Dovrà apparire la garanzia di questo status sul contenitore con pesanti ammende per le falsificazioni. I due risultati positivi sono: da una parte un piccolo vantaggio per i consumatori mentre la più importante è che saranno prodotte meno bottiglie di plastica nuova.
 
Ultima notizia positiva riguarda il "varo" a San Francisco del primo "Ocean Clean Up" (inventore l'olandese Boyan Slat), un grosso tubo di grande diametro lungo 600 m curvato a forma di un'enorme "U" che ha una "gonna" subacquea di 3 m penzolante sotto il livello del mare. Questo galleggiante, chiamato "System 1", si sposta senza bisogno di energie da motori inquinanti ma grazie alle correnti, ai venti e alle onde, le stesse energie naturali che hanno creato le isole di "zuppa" di plastica. Queste sono incamerate senza disturbare la fauna marina sottostante. Il risultato è la facilitazione della raccolta per il riciclo con la diminuzione graduale di questi enormi ammassi di detriti plastici. Si prevede di costruirne una sessantina per raccogliere il 90% delle isole attuali entro il 2040.
 
Comunque è basilare incrementare al massimo la raccolta differenziata dei rifiuti di plastica che è tuttora limitata.
Come già accennato in precedenza, la ritrosia dei produttori di plastica e la misconoscenza dei responsabili delle politiche dei vari livelli esecutivi per salvaguarda dell'ambiente e quindi del clima, crea situazioni e realtà negative.
Mi piace di riportare un paio di piccoli esempi significativi.
 
Come tutti sappiamo, quando con la raccolta differenziata facciamo il nostro dovere di separare i nostri rifiuti di plastica e di carta, le aziende che gestiscono la raccolta si raccomandano di raccogliere quelli di plastica e la carta puliti e separati, Se non lo si fa, questi rifiuti vanno nell'"indifferenziato" destinato quindi all'incenerimento o alla discarica.
 
Da qualche anno a questa parte i produttori di pane e altri cibi da forno come le brioche, ecc., hanno deciso di offrirli confezionati in lussuosi sacchetti di carta con delle finestre di plastica trasparente non facilmente divisibili perché ben incollati fra di loro.
Inoltre i commercianti, soprattutto la GDO (Grande Distribuzione Organizzata), appongono lo scontrino cartaceo sulla parte plastica del sacchetto, cosa che contribuisce unire carta e plastica.
Ciò avviene anche per numerosi altri prodotti alimentari (es. carne, pesce, cibi precotti, ecc.) offerti su vassoietti di plastica o di cartoncino impermeabile, coperti con plastica trasparente; in questo caso lo scontrino di carta è apposto ancora sulla plastica trasparente.
Il risultato è che solo una minima percentuale di noi consumatori si pèrita di dividere i due tipi di imballaggio secondo la regola, cioè dividiamo la carta dalla plastica e tagliamo le parti indivisibili dell'incollatura mettendole giustamente nell'indifferenziato. In effetti  la nostra vita è caratterizzata dalla fretta continua che porta spesso anche a non dare nemmeno una leggera lavata al vassoietto per poter differenziare correttamente (non costa niente metterli in lavastoviglie).
Il risultato finale è che la maggior parte (ritengo 95%) di questi imballaggi "impuri" va nell'indifferenziato. Peggio ancora se sbagliamo nel mettere questi sacchetti tal quali nella plastica: ciò fa aumentare i costi e i tempi per il controllo dei riciclatori che sono costretti a toglierli dal nastro mobile e mandarli all'indifferenziato.
Proviamo ad immaginare il peso annuale di questi rifiuti per ogni famiglia che non viene suddiviso secondo le regole. Certamente non insignificante in tonnellate.
 
Questa è la dimostrazione di come l'industria della plastica crea occasioni di utilizzo della plastica che non può essere recuperata per il riciclo, né tolta dallo spargimento in natura.
 
Cosa potrebbero fare i legislatori? Ecco due semplici proposte di regolamenti:
 
- imballaggi tutti di plastica o tutti di carta
- scontrini tutti di plastica o tutti di carta da apporre sull'imballaggio secondo
  la sua qualità.
 
La loro applicazione non comporta costi salvo per i controlli del caso e l'educazione al commercio ed ai consumatori; ma i nostri legislatori non se ne interessano affatto.
 
Per finire con i nostri politici, e utile ricordare che tuttora, nonostante alcune eccezioni e la buona volontà di pochi produttori di alimentari, ancora la maggior parte di essi non appone sugli imballaggi un chiara scritta della qualità dell'imballaggio e dove deve essere destinato per la raccolta differenziata. Quindi nella maggior parte dei casi il consumatore  dubbioso destina l'imballaggio ancora una volta nell' indifferenziato.
Cosa aspettano a fare un regolamento che imponga queste semplici indicazioni su tutti gli imballaggi?
 
Per concludere è comunque necessario che a livello mondiale noi utilizzatori di qualsiasi prodotto diveniamo consapevoli che è nostro dovere, nel nostro stesso interesse, far sì che i nostri comportamenti si adeguino alla stringente necessità del salvataggio dell'ambiente.
 
Ma ricordiamo anche di farci rappresentare nei parlamenti da quei politici competenti e onesti che intendono lavorare in favore del pianeta.
 
 
 (1) ricerca guidata dall'Istituto Idrografico della Marina con CNR, ENEA, OGS, CMRE, IDS e Università della Sorbona
 
 
 
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