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\\ Home Page : Storico : L) Zero-carbonio (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Gennaro Aprea (del 20/07/2018 @ 16:13:08, in L) Zero-carbonio, cliccato 384 volte)
ANCORA NUOVI CARBURANTI BENZINA O DIESEL?



Antonio Cianciullo è un ottimo giornalista che scrive sempre con conoscenza di causa perché ha una lunga esperienza nel settore dei problemi ambientali.
Giorni fa, precisamente il 13 luglio scorso, ha raccontato che un società svizzera ha messo a punto un impianto innovativo che trasforma la plastica in carburanti per i motori a combustione interna. Tutto ciò senza inquinare perché utilizza la pirolisi, senza ossigeno né combustione.
 
In poche parole con 1 tonnellata di plastica monouso, di difficile smaltimento o riutilizzo per produrre altra plastica, si ottengono 900 litri di carburante simile al kerosene e al diesel.
Tutto bene? all'apparenza si, perché diminuiscono le emissioni di CO2, si utilizza meno energia nel processo e il costo del nuovo carburante è inferiore rispetto a quello ottenuto dalla distillazione del petrolio.
 
Secondo me vi è però un difetto di base. Con gli accordi internazionali, COP21 di dicembre 2015 (e COP22) 186 paesi hanno deciso di diminuire l'atteso forte aumento delle temperature medie terrestri al di sotto di 2°C, e successivamente hanno modificato portando il massimo a non più di 1,5°C entro la fine del secolo.
Lo scopo principale di questo accordo internazionale è quindi di cancellare l'utilizzo di ogni prodotto contenente Carbonio la cui combustione produce inquinanti e gas serra, responsabili dell'aumento delle temperature terrestri.
 
Le grandi imprese multinazionali petrolifere hanno deciso di abbandonare gradualmente i carburanti liquidi tradizionali e di investire nel gas naturale (metano) perché meno inquinante e produttore di minore quantità di gas serra considerandolo combustibile di transizione.
 
Allora, perché fare ricerca per produrre carburanti tradizionali (ancora più inquinanti del gas) per la mobilità con la scusa che la produzione di carburanti con questi impianti costa meno di quelli derivati dal petrolio e che risolve - a mio parere solo in parte - il problema dei rifiuti di plastica?
Non si risolvono i problemi della plastica con soluzioni di questo tipo.
Quello dei sacchetti originati da materie prime vegetali è già stato risolto; è necessaria sempre più ricerca e ulteriori investimenti per risolvere il problema degli imballaggi rigidi. Alcuni produttori di bevande hanno già abbandonato la plastica ed utilizzano contenitori in cartoncino, completamente riciclabile. Ma bisogna ancora trovare ulteriori soluzioni più innovative.
Il mondo può essere salvato dalle energie alternative non inquinanti e molti paesi e grandi città nel mondo hanno deciso di eliminare ogni combustibile contenente Carbonio già entro il 2030.
 
In particolare il futuro della mobilità privata e commerciale è solo elettrico. Le produzioni e le vendite di auto elettriche sta aumentando rapidamente, ma già sta aumentando rapidamente anche il numero delle flotte di autobus solo elettrici in numerosi paesi europei. Ed a breve si arriverà anche alla mobilità commerciale.
Quindi per me, e spero che molti condividano il mio punto di vista, investiamo sempre di più nelle soluzioni che aiutano il pianeta a salvarsi dall'aumento delle temperature.
 
Nell'articolo si precisa che la società svizzera GRT Group detentrice del progetto che abbiamo su descritto sta investendo in Italia; forse perché qui i nostri politici lasciano fare? la GRT investe anche in altri paesi?   
 
In conclusione, pollice verso per le soluzioni provvisorie, " di transizione", quindi inutili come questa.
 
Di Gennaro Aprea (del 21/02/2018 @ 19:25:10, in L) Zero-carbonio, cliccato 479 volte)
L'articolo che segue è riportato tal quale da un commento allo studio di un gruppo di studio britannico. Ringrazio  l'autore Dr. Pellini del Kyoto Club e QualEnergia per  il permesso di pubblicarlo
G. Aprea
 
 
Un rapporto del think tank britannico E3G analizza i benefici e gli ostacoli per l’Italia di un passaggio da un’economia basata sulle fonti fossili ad una a basse emissioni. Ma si spiega anche che l’Italia potrebbe diventare uno dei Paesi leader a livello globale dell’economia low carbon.
07 febbraio 2018
 
 
Qual è il ruolo dell'Italia e i vantaggi che il paese potrebbe trarne nel processo di transizione europeo verso un'economia totalmente decarbonizzata?
A chiederselo sono i ricercatori di E3G, un think thank indipendente che opera per accelerare la transizione energetica verso un'economia a basse emissioni di carbonio, nel loro ultimo rapporto "Italy's role in the european low carbon transition. A political economy assessment" (allegato in basso).
 
Lo studio afferma che il nostro Paese trarrebbe un duplice vantaggio da una forte azione per il clima: in primis un ambiente più pulito e una migliore reputazione delle aziende green e delle istituzioni pubbliche; in secondo luogo la protezione dei suoi cittadini dagli impatti climatici.
Un punto importante il secondo, visto che il nostro Paese è sconvolto da numerose calamità naturali: tra il 1980 e il 2015 l’Italia ha perso per queste cause circa 65 miliardi di euro (in media 1,8 miliardi di euro all’anno), di cui solo il 3% delle perdite era assicurato.
Nonostante tutto, secondo il report, il rischio derivante dai cambiamenti climatici non riceve ancora un’appropriata attenzione né sui media né a livello istituzionale; inoltre, le strategie nazionali sui cambiamenti climatici tendono a concentrarsi più sulla mitigazione che sull’adattamento.
Per affrontare il problema, afferma lo studio di E3G, è necessario coinvolgere i territori e le città italiane all’interno di network internazionali che offrono opportunità di apprendimento e spazi collaborativi per condividere azioni pilota e best practices volte ad affrontare le criticità legate al clima.
Emblematico è il rapporto tra Stato centrale e regioni/enti locali. Il documento sottolinea come alcune prerogative per favorire la decarbonizzazione, che sono nelle mani delle Regioni, possano funzionare in maniera molto più efficace: si prendano ad esempio la regione dell'Emilia Romagna e la città di Bologna, che stanno sviluppando piani di mitigazione e adattamento che vanno ben oltre i piani nazionali.
 
Molte città italiane fanno parte di reti transnazionali sulla sostenibilità e il cambiamento climatico, come il "Patto dei Sindaci sul Clima". Nel 2017, inoltre più di 3000 i comuni in Italia hanno generato un 100% della domanda di elettricità residenziale da energie rinnovabili.
Nonostante i combustibili fossili pesino ancora per il 79% nel mix energetico nazionale, l’Italia è stato uno dei primi Paesi europei a favorire l’introduzione dell'efficienza energetica e delle fonti rinnovabili nel suo sistema energetico; ha infatti raggiunto i suoi obiettivi energetici previsti per il 2020 già nel 2014.
Poi, però, il rapporto mette in guardia su alcuni punti. Nella SEN (Strategia Energetica Nazinale) si pensa all’Italia anche come un hub del gas a livello europeo. Questo, dicono i ricercatori, impedirebbe al Paese di sfruttare in tempi rapidi le enormi possibilità che offrono le fonti pulite, settore che oggi impiega oltre 80mila persone. Ricordiamo che l’Italia è quinta al mondo per potenza fotovoltaica installata.
 
Altra questione è la sicurezza energetica: l’Italia è un Paese legato a doppio filo alle importazioni di energia, che rappresentano i tre quarti dei consumi totali.
Il volume di importazioni di petrolio, gas e carbone supera il 90% del consumo totale di queste fonti. La conseguenza è il lievitare di prezzi energetici, così come l’elettricità che per il 67% circa è prodotta ancora con fonti fossili. Anche qui va detto che il nostro Paese detiene in Europa il primato per il prezzo più caro dell’energia elettrica per le piccole e medie imprese.
Sviluppare con maggiore impegno rinnovabili ed efficienza è quindi un'opportunità, secondo E3G, per favorire, contemporaneamente, sicurezza energetica, benefici economici per le imprese, riduzione della bolletta energetica nazionale e transizione low carbon.
 
C’è poi la questione della finanza che, mentre in altri Paesi spesso sta facilitando la transizione energetica, in Italia si dimostra il più delle volte un ostacolo.
Secondo un rapporto del Ministero dell’Ambiente e dell’ONU, il nostro paese potrebbe avere 738 milioni di euro di cosiddetti green bonds e le banche potrebbero aver erogato 27 miliardi di euro di prestiti a progetti di energia rinnovabile tra il 2007 e il 2014. Tuttavia la borsa italiana è classificata al nono posto per la più alta intensità di carbonio nel mondo. E la finanza pubblica ad esempio continua a sostenere il settore del gas.
Basti ricordare che la Cassa depositi e prestiti, con oltre l'80% delle azioni di proprietà del Ministero dell'Economia e delle Finanze, nel 2014 aveva approvato 222 milioni di euro di prestiti per il rifinanziamento della rete di distribuzione del gas "2i Rete".
Eppur qualcosa comincia a muoversi: l’appello di Papa Francesco in favore di una finanza green ha recentemente indotto dieci istituzioni cattoliche italiane a disinvestire da fossili, come hanno fatto anche altre istituzioni religiose su scala internazionale che secondo il Global Catholic Climate Movement hanno finora disinvestito una cifra globale di 5.500 miliardi di dollari.
Un’altra pecca del nostro sistema, evidenziata dal report, è nel campo dell’innovazione: pur essendo l’ottava potenza economica mondiale, il nostro Paese presenta in questo ambito notevoli problemi strutturali.
Il tessuto produttivo del Belpaese è in larga parte costituito da piccole e medie imprese poco propense agli investimenti in ricerca e sviluppo e, come detto, con scarso accesso a finanziamenti.
Sono le poche grandi imprese a detenere il monopolio nei settori a maggiore intensità tecnologica e innovativa, peraltro cruciali per la transizione energetica. I nostri big dell’impresa però continuano ad avere opinioni discordanti sull’energia del futuro. Sarà fondamentale comunque, secondo E3G, aumentare la spesa nella ricerca su più settore e a vari livelli.
Il report si sofferma anche sull’analisi del sistema politico italiano. Secondo i ricercatori, il processo di transizione energetica è compromesso da diverse tensioni all'interno del sistema politico italiano: da un lato, dall'instabilità dei frequenti cambiamenti di governo e dalla continua lotta per il potere tra le regioni e il centro. Dall’altro il rapporto tra governo nazionale e le aziende più influenti, tra cui Enel, Eni e Fiat.
C’è poi la questione del rapporto con l’Unione Europea: buona parte dei provvedimenti sul clima sono stati adottati grazie gli atti vincolanti dell’UE, e ben l’80%% della legislazione ambientale in Italia è di origine europea.
L'Ue influisce anche sulla disponibilità di mezzi finanziari per la transizione: indirettamente attraverso la regolamentazione finanziaria e direttamente attraverso i finanziamenti dell'UE. La spesa annuale dell'Unione in Italia è di 12 miliardi di euro. Gran parte di ciò viene speso in settori chiave per la transizione a basse emissioni di carbonio, come ad esempio l'agricoltura, la politica regionale e la ricerca e sviluppo.
Tuttavia, non tutti questi fondi sostengono la transizione per una società a emissioni nette-zero. Per fare alcuni esempi si ricorda il programma energetico europeo per la ripresa (EEPR) che ha erogato 438 milioni di euro di finanziamenti tra il 2009 e il 2014 per progetti di infrastrutture del gas e la recente approvazione della Banca europea per gli investimenti di un prestito di 535 milioni di euro per migliorare le reti del gas.
07 febbraio 2018
 
 
Di Gennaro Aprea (del 04/02/2018 @ 19:59:00, in L) Zero-carbonio, cliccato 440 volte)
QUALCHE INFORMAZIONE RECENTE : IL CAMBIO DI CASACCA
 
In questo periodo mi capita spesso di incontrare o riprendere contatto per le più varie    ragioni con vecchi amici e conoscenti ; in alcuni casi anche dopo anni, cioè al tempo in cui ero attivo nel lavoro.
Dato che anni ne sono passati parecchi, tutti mi chiedono come sto e "cosa faccio di bello". Racconto che 12 anni fa ho iniziato a scrivere su un piccolo blog "Ciò che altri non dicono", facendo finta di essere un giornalista.
Continuando il racconto, mi diverto a dire che ho "cambiato casacca" come succede spesso a molti politici, credo più di 400 fra deputati e senatori nell'ultima legislatura.
Ma nel mio caso non si tratta di politica, ma di idee e convinzioni basate sulla realtà.
 
Ricordo a questi miei interlocutori rincontrati che mi sono occupato di energie fin dalla mia tesi di laurea sugli usi alternativi del GPL nel  lontano 1956. Poi ho continuato a occuparmi di energie fino ai primi anni del nuovo secolo quando ho deciso di smettere di lavorare.
Ma oltre ai vari tipi di gas, carburanti e materie prime per la petrolchimica,  ho aggiunto tutti i prodotti derivanti dal petrolio, seconda fonte di energia fossile, molto più inquinante. Per fortuna mai del carbone, la peggiore.
 
Il cambio di casacca riguarda quindi il passaggio (in un'occasione accidentale) ai problemi dell'ambiente, iniziato nei primi anni 70 del secolo scorso con un'accelerazione sempre più spinta fino a divenire un convinto dello "zero carbonio" con il progressivo e più rapido possibile utilizzo delle fonti di energia alternative e rinnovabili non inquinanti.
 
Ho studiato molto e continuo a farlo senza tregua pur non essendo un tecnico. (circa 20 ore la settimana di letture dal mondo sull'argomento e una 15na di convegni l'anno presso il Politecnico di Milano, l'Università Bocconi e altri istituzioni in Italia).
Nel periodo iniziale mi sono reso conto che le persone del settore ambientale (esperti, tecnici, scienziati, imprenditori che producono attrezzature per le energie pulite) parlano soprattutto ed in alcuni casi esclusivamente fra di loro. Ciò che si dicono non arriva alla gente comune che invece dovrebbe sapere bene comportandosi di conseguenza per evitare la continua distruzione dell'ambiente in cui viviamo: e ciò a livello mondiale.
 
Mi sono quindi prefisso, nel mio piccolo, di conoscere bene per poter parlare alla gente comune in maniera la più chiara e facile possibile con lo scopo di renderli consapevoli della situazione.
Ho realizzato alcune azioni appoggiandomi soprattutto, ma non solo, alla Casa della Cultura di Milano (http://www.casadellacultura.it/), istituzione di alta importanza, (la presentazione di un breve saggio a 4 mani, convegni, tavole rotonde, corsi di formazione, ecc.).
Infine proprio la Casa della Cultura a metà del 2016 ha editato un magazine on line "ViaBorgona3", bimestrale il quale ogni numero ha la caratteristica di contenere un unico argomento monotematico.
 
La direzione ha deciso che il focus del numero 3 fosse "Sostenibilità" ed aveva invitato a scrivere, fra i numerosi esperti, tre dei cinque componenti della tavola rotonda da me organizzata e moderata nel marzo 2016.
Avevo quindi chiesto se avessero previsto di ripetere l'argomento in un futuro non troppo lontano senza ricevere una risposta precisa.
Al che sono stato io a proporre di aggiungere in ogni numero una breve rubrica che l'ottima Direttrice responsabile ha  accettato immediatamente; lei stessa le ha dato il nome "il filo verde" che si trova come ultimo articolo nell'indice.
Questi amici rincontrati mi hanno subito consigliato inserire questo mio raccontino sul mio piccolo blog.
Lo avete appena letto
 
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