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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Gennaro Aprea (del 31/07/2008 @ 14:47:58, in C) Commenti e varie, cliccato 739 volte)
FINE SETTIMANA D'INVERNO
Anche oggi, dopo qualche giorno di silenzio e di fronte agli assurdi avvenimenti della politica, mi sono arrabbiato e vi somministrerò uno dei miei racconti come ho fatto qualche tempo fa. Questo non è incredibile come il precedente, però è vero e mi ricorda un bel periodo della mia vita, soprattutto perché ero giovane e con tanta voglia di fare tutto.
Non dimenticate che l'episodio risale a quasi 50 anni fa (l'ho scritto nel 1961), quando non c'erano le autostrade (solo 50 Km della A1 da Milano a Piacenza Nord), non c'erano i cellulari, i treni erano più lenti ma più puliti e le persone erano più umane (questione di percentuale ovviamente).
Incontri in treno
 Quando richiusi il portone dietro di me, m’investì l’aria fredda e umida di quel mattino d’inverno milanese del 1960. Era ancora buio e una nebbia leggera delimitava i fasci di luce creati dai lampioni. Mi sembrò di chiudere la porta su un mondo fermo, che dà sicurezza: la casa riscaldata, senza delimitazioni fra luce e buio, la luce per leggere che illumina ogni angolo fino ai confini creati dalle pareti, dai mobili.
Sapevo di essere in ritardo ed affrettai il passo verso la stazione vicina. In quel momento percepivo esattamente il trascorrere dei minuti anche se non ero sicuro dell’esattezza dell’orologio che speravo anticipasse sull’orario. Avevo una strana sensazione di disagio mentre sentivo che il tempo era maggiormente cadenzato dai miei passi che risuonavano nel silenzio della strada deserta.
I mucchi di neve marcia ammonticchiata disordinatamente sembravano tante mete ed ostacoli da raggiungere e superare. Il passo divenne più veloce. Quando mi trovai sul marciapiede del binario mi accorsi che stavo correndo dietro ad un treno già in movimento, impossibile da raggiungere. Mi fermai ed ebbi caldo; ero annoiato dagli abiti pesanti e dal cappotto che mi intralciava i movimenti.
Dovevo raggiungere Lisa al mare della Versilia quel fine settimana e capii di essere fortunato quando l’ufficio informazioni mi disse che c’era un altro treno in partenza dopo pochi minuti che avrei lasciato a Piacenza per una coincidenza.
Contrariamente a quanto faccio abitualmente quando salgo su un treno, sempre in cerca di un viso conosciuto, consuetudine nata ai tempi dell’università distante da casa, mi sedetti nel primo scompartimento dove trovai un posto libero. Quasi meccanicamente aprii il giornale.
Rimanemmo tutti silenziosi per un po’, ma al muoversi del treno sentii le prime frasi. Vicino al finestrino c’era una signora molto bella. I suoi abiti e tutta la persona parlavano di una vita facile, normale, di un marito che ha fatto carriera, di figli alle scuole elementari, di una casa piacevole, di canaste, forse di brevi flirt inutili con gli amici.
Teneva un fazzoletto ricamato sul viso che copriva a tratti gli occhi puri ma un po’ stanchi e arrossati.
L’uomo che le stava di fronte disse le prime parole. Era giovane, forse un contadino della bassa milanese.
“Vuole sedersi al mio posto? al suo arriva un spiffero dal finestrino che certo non fa bene al raffreddore…”
La signora non lo ascoltava, poi si accorse di lui e la frase arrivò alla sua mente come ripetuta dall’orecchio che l ‘aveva solamente udita. Ma il silenzio continuò più del necessario.
“Grazie, ma non sono raffreddata…”
Il suo viso rimase pensieroso ancora per qualche minuto, poi cominciò a raccontare che prima dell’alba era stata svegliata da una telefonata. Suo padre, noto avvocato bolognese, giunto a 60 anni senza un disturbo, aveva avuto un attacco di cuore…sembrava. Era la prima volta nella sua vita che si svegliava per una cosa del genere. Per la prima volta provava questa sensazione di dolore, di ansia che non aveva mai conosciuto prima.
Tutti ci accorgemmo di questo suo smarrimento, anche il suo vicino che mi stava di fronte, impegnato sino a quel momento a consultare alcuni disegni tecnici che aveva aperto sulle ginocchia. Era un ingegnere – mi disse poi – cui mancava una mano, e si notava il guanto nero sulle dita di legno immobili. Aveva alzato la testa. Era un bell’uomo di circa quaranta anni, grande.
Gli altri avevano ascoltato un po’ assenti. Una signora anziana, credo, e un signore obeso, non ne ricordo più i visi.
Non era un contadino il giovane allegro e cordiale ma un falegname con poco mestiere, ci raccontò. Anche lui aveva ascoltato quasi distrattamente la signora che ad un tratto aveva mostrato gli occhi pieni di lacrime; era rimasto soprappensiero e per contrasto il suo viso mostrava un malcelato sorriso di soddisfazione. Andava in Emilia al funerale di una vecchia zia che, morendo qualche giorno prima, gli aveva lasciato dieci milioni….dieci milioni di progetti, dieci milioni di liberazione dalla monotonia del lavoro di apprendista presso il padrone sempre scontento.
“Povera vecchia – disse sorridendo – in fondo le volevo bene…”
L’ingegnere mi guardava; aveva notato la mia occhiata appena interessata ai suoi disegni. Era bastata quell’occhiata per farci iniziare la conversazione, e l’aver letto nei nostri occhi una reazione comune ai racconti dei nostri vicini. Dopo la guerra che gli aveva tolto la mano, si era trovato accanto una moglie innamorata della sua Milano dove lui era invece arrivato dai monti con i partigiani del Comitato di Liberazione Nazionale.
Commentammo fra di noi sorridendo e senza farci notare le situazioni e le reazioni contrastanti del falegname e della bella signora, poi parlammo di lavoro.
“Sto andando in campagna presso una grande azienda agricola che ci ordinato questi rimorchi. Voglio andarci a piedi, un po’ per il ghiaccio e la nebbia che rendono più noiosa l’automobile, ma soprattutto perché mi piace camminare in campagna d’inverno; mi ricorda quando ero ragazzo e facevo quattro chilometri a piedi per andare a scuola dalla cascina dove abitavo con i miei vecchi”.
La neve che aveva ripreso a cadere appena fuori Milano, ora stava diradando.
“A mia moglie non piace la campagna – riprese – non mi accompagna mai perché dice che non le interessa e preferisce andare al cinema con le amiche o guardare la televisione”.
Erano diventati presto estranei uno all’altra e, anche se continuavano a vivere insieme, non parlavano più da molto tempo. Lui vedeva spesso gli amici e discutevano di politica, di sport, alcune volte andavano a caccia.
“Dopo aver presentato questi progetti voglio andare vicino a……....perché ho adocchiato un terreno in collina dove potrei coltivare qualcosa fra i filari di pioppi; lo voglio comprare coi soldi della liquidazione: C’è anche una casa quasi abitabile. L’hanno lasciata i contadini da pochi mesi”.
Mi misi stranamente a pensare al film che la moglie sarebbe andata a vedere quella sera, cercavo di indovinarne il titolo sfogliando il giornale. Gli raccontai della mia buffa corsa dietro al treno e del mare lontano dalla nebbia di Milano.
Ero sicuro di trovare il sole in Versilia e di andarmene con Lisa a camminare sulla sabbia umida sentendo il vento e i rumori del mare d’inverno. Non ci sono gli stessi rumori dell’estate quando il sole infuoca la spiaggia ed il caldo rende afona tutta la costa. L’ingegnere capì la ragione per cui ci pensavo come io avevo capito lui quando aveva parlato della campagna.
Alla prima fermata scese e rimasi solo a pensare.
I marciapiedi della stazione di Piacenza erano pieni di gente che aspettava altri treni; la coincidenza si faceva attendere. Non era più buio ed era cominciato a piovere dal cielo bianco. L’acqua creava dei piccoli buchi nella neve caduta sui binari che già cominciava a sporcarsi.
Ad un tratto non fui più sicuro di trovare il sole al di là della Cisa. Forse avrei finito solo per dormire ascoltando la pioggia che rende sonoro il legno delle gelosie.
 
Di Gennaro Aprea (del 22/07/2008 @ 11:07:18, in C) Commenti e varie, cliccato 705 volte)
ORMAI SIAMO ABITUATI ALLE BUGIE
 
A me piace leggere le lettere dei lettori ai giornali perché mi fanno conoscere un mondo spesso diverso da quello che scrivono i giornalisti professionisti, quindi imparo anche cose nuove e tocco il polso delle persone comuni. Non so quanti lettori di questo sito hanno la mia stessa abitudine; e neanche so quanti di voi ascoltano “Prima Pagina” su Radio 3, dove ogni settimana un giornalista nuovo racconta per 45 minuti ciò che c’è scritto sui giornali e per un’altra mezzora parla con gli ascoltatori che telefonano e fanno domande sui fatti del giorno e dintorni.
Stamattina la giornalista Maria Latella ha riportato la lettera scritta a La Repubblica da una signora che ha un cognome significativo, Iervolino, ma che sicuramente non ha niente a che fare con il Sindaco di Napoli.
Vi riporto integralmente la lettera:
 
“Sono spesso a Napoli per motivi di lavoro. Dal centro la spazzatura è stata rimossa, ma la situazione nelle aree periferiche e in Provincia non è cambiata. Qualche giorno fa ero diretta verso Casalnuovo. Ho percorso un lungo tratto dell’asse mediano, una delle arterie più trafficate della Campania.
Oltre a dover scansare i sacchetti disseminati sulla strada, ho dovuto chiudere i finestrini dell’auto per evitare di sopportare una puzza indescrivibile, un miscuglio di plastica bruciata e materiale organico in putrefazione.
 
Commenti:
1)     Il nostro Presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berluskoni, qualche giorno fa, ha affermato che il problema dei rifiuti urbani è risolto. Bugie? A voi la risposta. Dico solo che continua ad imitare un altro Grande della Terra, il passeggiatore (Walker) Gorge Bush che nel 2003 disse: la guerra vittoriosa in Irak è finita.
2)     I miei concittadini napoletani e campani, continuano a protestare contro le discariche e continuano a bruciare i loro rifiuti per protesta. Sono solamente imbecilli e sanno unicamente lamentarsi senza pensare al bene comune quello che ormai tutti dovrebbero sapere, cioè che la soluzione è la raccolta differenziata, cosa che numerosi Comuni della Campania e vicino Napoli già fanno egregiamente, spendendo anche meno di TARSU, perché i Comuni si vendono i rifiuti riciclabili
 
Di Gennaro Aprea (del 27/06/2008 @ 16:36:52, in C) Commenti e varie, cliccato 717 volte)
EDITORIALE 3 
 
 
E’ esattamente passato un mese da quando ho scritto l’ultimo articolo di questo sito. Le ragioni sono molte; ospiti graditissimi dall’estero che si sono trattenuti da noi e che mi hanno completamente assorbito mentre mia moglie era impegnata, il PC che ha fatto le “bizze”, altri impegni di casa, il giardino, le riunioni (anche di impegno politico), ecc….ma non vi voglio annoiare oltre con i fatti personali.
Poi tutto si è un po’ calmato, ma di fronte agli avvenimenti politici di questi ultimi giorni, sono rimasto senza parole e mi è venuta una specie di orticaria alla quale non so reagire come invece hanno fatto benissimo alcuni ottimi giornalisti, fra i quali non posso non menzionare Michele Serra con la sua “Amaca” di ieri che avrei voglia di mettere in cornice.
A me, che sono un povero tapino, non resta che dire un pensiero quasi banale, cioè che stiamo andando verso un fascismo strisciante che forse diventerà sempre più chiaro e palese.
Quindi questo mio ritorno alla scrittura non sarà un articolo politico o di satira. oppure di critica alle aziende italiane (e in questo campo ci sono sempre cose da dire); forse riprenderò, ma devo ancora metabolizzare la situazione che mi ha lasciato di stucco e con l’amaro in bocca.
E, dato che un sorriso fa’ sempre bene alla salute, mi è venuto in mente che potrei raccontarvi per cominciare qualcosa di leggero – ormai siamo in periodo di ferie – e cioè il primo di una serie di episodi che sono capitati nel corso della mia vita, episodi veri ma quasi incredibili.
Questo risale agli anni 80, quando ero nel pieno della mia attività di consulente di direzione: lo chiamerò:
AVVENTURA IN AEREO (novembre 1982)
C’è stato un periodo della mia vita di lavoro in cui ho viaggiato spesso fra l’Italia e gli Stati Uniti, cinque-sei volte l’anno. All’andare i voli partivano di solito verso le undici-mezzogiorno e si arrivava a New York dopo le classiche otto ore abbondanti, cioè nel primo pomeriggio, ora locale, a causa del fuso orario. Si viaggiava di giorno e si arrivava di giorno quindi difficilmente si schiacciava il classico pisolino.
A ritorno invece i voli partivano verso sera. Ci servivano la cena, poi il film e alla fine spegnevano tutte le luci e i passeggeri si addormentavano. Io come gli altri.
Però avevo – ed ho ancora – difficoltà ad addormentarmi seduto, anche se le comode poltrone degli aerei permettono di abbattere molto lo schienale. Quindi, appena salivo in aereo cercavo, e ci riuscivo spesso dato che i voli non erano mai pieni, specialmente in classe “executive”, a sedermi da solo in una poltrona delle file centrali che ne hanno cinque.
Anche quella sera fui fortunato e tutto si svolse come di consueto. Appena le luci furono spente, cominciai a preparare il mio “giaciglio”, sollevando i braccioli di tutte le poltrone, stendendo alcuni “plaid” (tutti puliti perché estratti da buste di plastica sigillate) sulle sedute, e accomodando il cuscino, anch’esso pulito, a ”capo letto”.
Avevo appena finito queste operazioni nel giro di un paio di minuti, quando una persona si avvicina. Si vede che la sua camminata è tentennante perché si appoggia pesantemente agli schienali delle poltrone. Le sue palpebre sono “a mezz’asta” e gli occhi hanno un’espressione di uomo mezzo addormentato mentre la testa si inclina a destra e a sinistra come se gli pesasse troppo. Il suo abbigliamento denota il classico americano del “Mid-West”, cioè il contrario dell’uomo d’affari newyorkese. Tutto si svolge in pochi secondi
Appena arrivato all’altezza della fila di poltrone da me “occupata” vi entra dentro, si tira giù i pantaloni ed il boxer, e comincia ad urinare sulla poltrona e sulla moquette del pavimento.
Sono esterrefatto e per qualche secondo rimango impietrito. Poi vado dal primo steward che si era già addormentato sulla sua poltrona. Cerco di svegliarlo, ma non capisce subito ciò che tento di spiegargli. Poi finalmente recepisce la stessa frase ripetuta da me tre volte e si alza, comunque con aria incredula. Andiamo insieme al “mio posto” e, saranno passati in tutto almeno quattro minuti, il nostro uomo continua a mingere tranquillamente. Incredibile: quanta pipì può aver espulso in tutto quel tempo!
Lo steward, da buon americano puritano, per prima cosa gli butta addosso un plaid per nascondere le “pubende” e comincia a parlargli sottovoce…..poi riesce ad aiutarlo ad alzarsi, nonostante la mole notevole dell’uomo, e lo accompagna sorreggendolo verso la toilette. Ritorna subito dopo verso di me, ancora frastornato, mi ringrazia e mi dice:
“You know, sa, gli ho servito almeno 10 birre (da 33 cl., cioè in tutto 3,300 litri, nda) e se l’è scolate tutte….non potevo immaginare che gli facesse quell’effetto….era completamente ubriaco, e la sbronza di birra, si sa, è  terribile. I am very sorry and apologize for the inconvenient, sono molto spiacente e mi scuso per l’inconveniente”.
Io raccolgo i miei giornali, la ventiquattrore, e mi guardo intorno per cercare un altro posto analogo.
Non riesco a vederlo e un’incazzatura mi sale dal profondo. Mi siedo in una fila a due poltrone.
Indovinate! Facilissima la risposta, non sono riuscito a dormire per tutto il viaggio!
Ho trovato a Milano il cielo plumbeo e, come al solito, sono andato direttamente in ufficio dato che anche questa volta il fuso orario ci ha fatto arrivare nel primo pomeriggio. Cadevo dal sonno ma sono riuscito a lavorare fino a sera.
Però, quando ho raccontato in ufficio davanti a un caffè quanto mi era successo, tutti i colleghi si sono fatti una bella risata…ed in fondo avevo anch’io ben ragione di farla, anche ora mentre scrivo, ripensando che questo è stato uno degli episodi più buffi ed incredibili che mi siano capitati.
 
 
 

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